“Devi essere contento! Hai preso un gol da Maradona!”.

Lo spettatore era entrato in campo e ora lo gridava al portiere ancora a terra. Stava dietro la porta, alla famosa partita di Acerra, già famosa ancora prima di disputarsi.

Il portiere era un meccanico del paese, che assieme ad altri, elettricisti, fabbri, artigiani, calciatori per hobby e scarpari professionisti del pallone, tutti assieme avevano formato in fretta una squadra per affrontare il Napoli di Maradona. Con Maradona.

Era una partita di beneficenza, in favore di un bambino che doveva operarsi in Francia e il padre non sapeva a che santo votarsi. Anzi, veramente lo sapeva, perché fece chiedere a quello che poi si rivelò come l’unico santo in carne, ossa e in circolazione a Napoli in quel periodo, se si fosse potuta organizzare una partitella e con l’incasso dare una chance al bambino.

Certo che si poteva, pensò Maradona, che con quel bambino che abita in quel buco di culo dell’Acerra povera e senza mezzi, sentiva una affinità e una vicinanza assoluta che solo i nati in quel buco di culo di Villa Fiorito, fuori Buenos Aires, potevano avvertire.

“Si chiamava con un nome bello ed evocativo, Villa Fiorito – dirà poi Maradona – ma era un vero posto di merda. Non c’era niente, i bagni, le fogne, l’acqua, dormivamo in sette in una stanza, fuori non c’era un filo d’erba, giocavamo a pallone nel fango”.

E perciò quel giorno, un freddissimo lunedì di gennaio, il giorno del riposo dei calciatori di serie A, il Napoli era schierato a bordo campo dello stadio, chiamiamolo stadio, di Acerra, e il campo, chiamiamolo campo, era una immensa pozzanghera di fango. Quel fango che Maradona conosce bene, lo stesso fango di Villa Fiorito, il fango di tutti i campi dei buchi di culo del mondo.

Non era mica stato facile organizzare quella partita. Ferlaino, il presidente del Napoli, figuriamoci, le mani nei capelli: ma quale partita di beneficenza, non dire cazzate, se ti fai male l’assicurazione non mi copre, non se ne parla proprio. E lui, di rimando, tranquillo: quale è il problema, l’assicurazione? E non ci sono problemi.

Maradona tira fuori 12 milioni di lire di tasca sua per un supplemento di assicurazione anti infortuni e li fa spedire a quegli avidi dei Lloyds di Londra che in cassaforte hanno la polizza del Napoli su Maradona. Ed ecco la copertura per eventuali altri infortuni. La partita si fa. C’è chi gioca gratis per una partita di beneficenza, e chi paga 12 milioni per giocarne una.

Il Comunale di Acerra può contenere cinquemila spettatori. Ce ne sono diecimila, stipati peggio che in un barattolo sottovuoto. Hanno pagato ventimila lire per assistere all’evento della liquefazione del sangue di Maradona, oltre che del proprio, e il sangue si scioglie veramente.

Come sempre, come tutte le volte, Maradona danza nel fango come sull’erba del più grande stadio del mondo. Dribbla, ruota, disegna traiettorie come Picasso sulla tela, tocca la palla e le dà vita propria come Michelangelo con la pietra. Perde tempo rincorrendo palloni assurdi, si butta per terra inutilmente e rischiosamente, pur di divertire. Cade ridendo e si rialza ridendo. Segna e fa segnare, si diverte e fa divertire. Ma come spesso prima e come spesso dopo, non gli basta. Vuole di più. Ancora di più. E’ la fame di Villa Fiorito, una fame che non si placa mai.

A un certo punto, toglie la palla ad un avversario, con impazienza, bruscamente, arrivando da dietro e facendo un mezzo fallo. E’ lì tradisce la sua impazienza di dare spettacolo. Di darlo in quel preciso momento. Prende la palla e se ne va. Salta uno, due e tre, e da bordo campo qualcuno gli urla: “Vattene in porta da solo”. Già è vero, pensa Maradona, è soprattutto per questo che sto qua. Per cui salta quattro e cinque, ed eccolo davanti al portiere. Due finte che fanno andare metà corpo del povero meccanico da un lato e l’altra metà dall’altro, facendolo cadere a terra sgraziato, come un burattino mollato all’improvviso. Gol.

E’ l’anticipo di quell’altro gol, che sarà segnato all’Inghilterra, nella famosa partita de Dios, due anni dopo. Acerra ha visto l’anteprima, compresa nel prezzo. Venti milioni l’incasso. Consegnati il giorno dopo a quel padre disperato che effettivamente poi andò in Francia, anche se non finì lì e ci furono altri problemi di soldi, strascichi giudiziari con il padre che era pregiudicato e che commise dei reati connessi. Ma la storia finisce comunque bene. L’artefice di quella partita, Pietro Puzone, ala del Napoli e acerrano di nascita, recentemente ha detto che quel bambino ha risolto il problema, è diventato adulto, si è sposato, vive oggi una vita normale. Lui. Maradona invece una vita normale non l’ha mai vissuta.

Quando era Dio, era circondato da falsi amici, sfruttatori, approfittatori, criminali. Il problema, come ha rivelato poi il suo storico preparatore atletico Fernando Signorini nel bellissimo documentario “Diego Maradona” di Afis Kapadia su Netflix, “Ci sono sempre state due persone. Diego e Maradona, Diego era il ragazzo argentino generoso, dolce, spensierato, ambizioso e determinato ma sempre disponibile specie per gli amici e per chi aveva bisogno. Con lui starei insieme tutta la vita, sempre al suo fianco. Poi c’e Maradona. Il campione sempre circondato dalla folla, e da approfittatori di ogni risma. IL campione stressato, strattonato, pieno di problemi. Con lui non farei nemmeno un passo”.

Quella di Acerra è stata forse l’unica volta che Diego e Maradona hanno coinciso. Il campione spettacolare che paga 12 milioni di lire a Diego perché giochi da Maradona la sua partita di beneficenza in favore di un ragazzo sconosciuto ma sfortunato. Poi, da quando ha smesso di giocare, di essere Dio, Diego è scomparso definitivamente, in favore di Maradona. Che oggi non è più Dio ma non è nemmeno Diego.

I noti problemi di droga, una decadenza fisica inarrestabile, l’aumento di peso, il cuore malandato, caviglie e ginocchia distrutte, i figli in mezzo mondo riconosciuti a fatica, uno dopo tanto l’altro, il divorzio dalla moglie, le liti con le figlie, le rivendicazioni delle ex amanti e compagne. E in Italia, le accuse (almeno queste infondate e ridicole) di evasione fiscale, soprattutto grazie ad un direttore dell’Agenzia delle entrate amante del ritorno d’immagine per un sequestro di orecchini e orologio ad un Maradona in transito in Italia, e un amore incessante da parte di Napoli che non ha mai fine, ma che è talmente abnorme, da risultare soffocante e da cui forzatamente stare alla larga.

L’anno 2020, il più triste e funesto anno dalla fine della Seconda guerra mondiale è stato anche l’anno dei sessant’anni di Maradona. Speriamo che dal 2021 possano cominciare i 61 anni di Diego, finalmente libero da Maradona.

Tanti auguri, Diego, per i tuoi sessanta.