Il 14 ottobre 2025, Microsoft ha smesso di fornire aggiornamenti gratuiti di sicurezza per Windows 10, il sistema operativo installato su circa il 42,8% di tutti i computer Windows del mondo. La data non era casuale: coincideva esattamente con la Giornata Internazionale dei Rifiuti Elettronici, istituita dall’ONU. Una coincidenza che qualcuno ha letto come una provocazione involontaria. Altri come la sintesi perfetta di ciò che stava accadendo.
Quella decisione, assunta unilateralmente da un’azienda privata, ha innescato quello che gli analisti di settore definiscono il più grande evento di obsolescenza forzata nella storia dell’informatica di consumo. Non perché Windows 10 smettesse di funzionare. Ma perché senza aggiornamenti di sicurezza, centinaia di milioni di computer diventano progressivamente vulnerabili ad attacchi informatici, malware, ransomware.
E poiché la stragrande maggioranza di questi computer non può essere aggiornata a Windows 11 per ragioni di hardware imposte da Microsoft stessa, la scelta per miliardi di utenti nel mondo si riduce a tre opzioni: comprare un nuovo computer, pagare un canone a Microsoft per un anno supplementare di protezione, col il solo effetto di rinviare il problema, oppure accettare i rischi di un sistema non aggiornato.
È questo il cuore del problema. Non una normale transizione tecnologica. Ma un atto di arroganza verso stati, istituzioni, consumatori e verso il pianeta perpetrato da un’azienda che nello stesso anno in cui decretava la morte di Windows 10 realizzava un utile netto record di 101 miliardi di dollari e si dichiarava, senza ironia, “carbon negative” entro il 2030.

Il muro di hardware: perché centinaia di milioni di computer non possono passare a Windows 11
Per capire la portata del disastro occorre partire da un dato tecnico, semplice nella forma e devastante nelle conseguenze. Windows 11 richiede, tra le altre cose, un chip di sicurezza chiamato TPM 2.0 (Trusted Platform Module, versione 2.0), il supporto al Secure Boot, e un processore di generazione recente: almeno Intel 8ª generazione o AMD Ryzen 2ª serie, entrambi lanciati nel 2017-2018. Un computer acquistato nel 2016, perfettamente funzionante, capace di girare qualunque applicazione di produttività, navigare, videochiamare, montare video, non soddisfa questi requisiti. Windows 11 non si installa. Il computer, agli occhi di Microsoft, è obsoleto.
La società di analisi Canalys ha stimato che circa 240 milioni di PC in tutto il mondo rientrano in questa categoria: macchine incompatibili con Windows 11, destinate alla rottamazione non perché abbiano smesso di funzionare, ma perché Microsoft ha tracciato una linea nella sabbia e ha deciso che stanno dalla parte sbagliata. IDC e Gartner, le due principali società di ricerca del settore tecnologico, confermano la sostanza di questa stima.
Il gruppo di advocacy ambientale statunitense PIRG (Public Interest Research Group) ha tradotto questi numeri in peso fisico, elaborando scenari che parlano di circa 725.000 tonnellate metriche di rifiuti elettronici aggiuntivi, con alcune proiezioni che arrivano fino a un milione di tonnellate generate da questa singola decisione aziendale. Una ricerca pubblicata su ResearchGate nell’ottobre 2025 stima che tra il 2025 e il 2027 saranno tra 130 e 155 milioni di dispositivi funzionanti ad essere smaltiti prematuramente, con un impatto materiale calcolato sulla base di un peso medio di 6,5 chilogrammi a dispositivo.
Il paradosso storico è che Windows 10 era stato concepito ed esplicitamente commercializzato come un sistema operativo retrocompatibile, capace di girare su hardware più vecchio. Una scelta che all’epoca aveva un senso anche di sostenibilità.
Windows 11 ribalta quella logica: richiede hardware moderno, spinge al rinnovo, alimenta la domanda. Nel 2025, le spedizioni globali di PC sono cresciute del 9,1% rispetto all’anno precedente, il balzo più consistente degli ultimi anni: Gartner attribuisce questo boom direttamente alla fine del supporto a Windows 10 e alla pressione sulle aziende a rinnovare il proprio parco macchine. Chi ha guadagnato? I produttori di PC. E Microsoft, che vende licenze Windows 11 su ogni macchina nuova.
Il peso di 700 milioni di chili
Settecento milioni di chilogrammi di potenziali rifiuti elettronici. È la stima di Right to Repair Europe, la coalizione di 180 organizzazioni da 30 paesi europei che da anni si batte per il diritto alla riparazione dei dispositivi. Il numero è già enorme in sé, ma diventa ancora più inquietante se si pensa a cosa c’è fisicamente dentro quei computer.
Un laptop contiene in media tra i 15 e i 60 diversi tipi di materiali: alluminio, rame, ferro, ma anche minerali critici come cobalto, litio, tantalio, terre rare, elementi la cui estrazione richiede enormi quantità di energia, acqua e lavoro, spesso in condizioni di grave sfruttamento umano e ambientale nelle miniere dell’Africa subsahariana o del Sud America.
Secondo l’Electronic Waste Monitor 2024 dell’ONU, nel 2022 il mondo ha prodotto 62 milioni di tonnellate di rifiuti elettronici, il dato più alto mai registrato. Di questi, appena il 22% è stato correttamente riciclato. Il resto è stato smaltito in discarica, esportato illegalmente o processato da lavoratori informali in condizioni di grave rischio sanitario, spesso in Ghana, Nigeria, Pakistan, India, dove i metalli preziosi vengono recuperati bruciando i componenti o sciogliendoli in acidi, rilasciando nell’aria, nell’acqua e nel suolo sostanze altamente tossiche: piombo, mercurio, cadmio, cromo esavalente.
La ricercatrice Cindy Lin del Georgia Institute of Technology, che studia strutture di dati e governance ambientale, ha sintetizzato il problema in modo netto: «La questione dell’e-waste solleva la domanda del perché e come queste tecnologie diventino obsolete. Molte di queste tecnologie soffrono di obsolescenza programmata: le aziende hanno progettato prodotti con una vita breve, aumentando simultaneamente consumi e rifiuti».
Quando i computer vengono smaltiti in discarica, i materiali organici al loro interno si decompongono producendo metano, un gas serra ottanta volte più potente del CO₂ nel breve periodo. E la produzione di ogni nuovo computer che li sostituisce richiede centinaia di chilogrammi di materie prime e migliaia di litri d’acqua. Il ciclo è vizioso, e questa volta è stato avviato da una sola decisione aziendale.

Il prezzo pagato da chi non può permetterselo
Il peso di questa decisione non cade equamente sul mondo. Cade, come sempre, su chi ha meno risorse per assorbirlo.
Le piccole e medie imprese, le scuole, le biblioteche pubbliche, le pubbliche amministrazioni – strutture che operano con budget ridotti e cicli di rinnovo hardware lenti – si trovano davanti a un’alternativa brutale: spendere per aggiornare l’hardware, pagare il canone ESU (Extended Security Updates) a Microsoft – 61 dollari per dispositivo nel primo anno, 122 nel secondo, 244 nel terzo per le organizzazioni commerciali – oppure restare esposti ai rischi informatici con sistemi non aggiornati.
Ma il danno maggiore colpisce i paesi in via di sviluppo. La ricerca pubblicata su ResearchGate è esplicita: le economie meno sviluppate presentano i tassi più alti di incompatibilità hardware con Windows 11, le infrastrutture più deboli per il riciclo responsabile dell’e-waste, e ospitano i settori informali di lavorazione dei rifiuti elettronici che ne sopportano le conseguenze sanitarie. Acquistare computer nuovi è fuori portata per milioni di utenti. Pagare il canone ESU di Microsoft è impossibile. La scelta residua è usare sistemi vulnerabili o buttare macchine funzionanti.
Come ha scritto il sito specializzato Tom’s Hardware in un’inchiesta sui PC donati alle associazioni no-profit: «Microsoft ci ha chiesto di commentare la situazione, ma l’azienda non ha voluto farlo in modo ufficiale». Un silenzio che dice molto.
L’Europa: un anno comprato, un problema rinviato
La pressione delle organizzazioni dei consumatori ha ottenuto un risultato parziale, ma rilevante, nel contesto europeo. L’organizzazione Euroconsumers – che in Italia include Altroconsumo – ha contestato a Microsoft che il suo programma di Extended Security Updates, nella forma originale, violasse il Digital Markets Act dell’Unione Europea: richiedere agli utenti di attivare il backup su cloud Microsoft o di usare il motore di ricerca Bing come condizione per ricevere aggiornamenti di sicurezza era, secondo Euroconsumers, un caso da manuale di tying la pratica anticoncorrenziale vietata dall’articolo 6.6 del DMA di subordinare un servizio all’adozione forzata di un altro prodotto della stessa azienda.
Microsoft ha ceduto. Non completamente, non subito, e non volentieri, ma ha ceduto. Agli utenti dei paesi dello Spazio Economico Europeo (i 27 stati UE più Islanda, Liechtenstein e Norvegia), il programma ESU è stato reso gratuito per un anno, senza l’obbligo di attivare il backup cloud o usare Bing, a patto di registrarsi con un account Microsoft e rinnovare l’autenticazione ogni 60 giorni. Il programma scade il 13 ottobre 2026.
Questo significa che i circa 400 milioni di computer nel mondo che non possono aggiornarsi a Windows 11 avranno un anno supplementare di respiro, ma soltanto quelli nell’area europea. Il resto del mondo – comprese le economie emergenti e i paesi più vulnerabili – non ha ottenuto nulla. E anche per l’Europa, come ha sottolineato Right to Repair Europe, si tratta di un rinvio, non di una soluzione: «Un singolo anno in più non risolve nulla. Quattrocento milioni di dispositivi non possono aggiornarsi a Windows 11. La situazione non cambierà sostanzialmente entro ottobre 2026. Si tratta solo di ritardare l’inevitabile».
Va notato, per inciso, che il Regno Unito, uscito dall’UE con la Brexit, è escluso dall’accordo. Gli utenti britannici devono pagare o arranggiarsi. Una piccola, amara nota a margine della storia recente di un paese.

Chi ha alzato la voce. E chi no
La mobilitazione della società civile è stata significativa, anche se non ha ottenuto i risultati sperati.
Il PIRG americano ha consegnato una lettera all’amministratore delegato di Microsoft, Satya Nadella, firmata da 590 aziende, 83 amministratori locali e statali eletti, 382 aziende di riparazione e organizzazioni no-profit da tutto il mondo, 19 responsabili di biblioteche e istituzioni scolastiche e 49 organizzazioni ambientali e di tutela dei consumatori. Il messaggio era semplice: «Quello che vogliamo è semplice: che i computer funzionanti continuino a funzionare, e non vengano abbandonati da Microsoft».
Right to Repair Europe ha indirizzato il 1° ottobre 2025 una lettera aperta alla Commissaria europea per l’Ambiente, l’Acqua e l’Economia circolare competitiva, Jessika Roswall, firmata da centinaia di organizzazioni. Il testo è duro: «La normativa esistente non offre protezione contro questo imminente tsunami di e-waste. L’obsolescenza del software mina le strategie di circolarità producendo danni ambientali e costi inutili per i consumatori». E conclude con una domanda che dovrebbe imbarazzare Bruxelles: «Come può l’Unione Europea realizzare la competitività digitale e circolare se i cittadini e le imprese rimangono soggetti al feudalesimo digitale?».
La campagna globale endof10.org ha riunito organizzazioni da tutto il mondo – iFixit, Consumer Reports, Halte à l’Obsolescence Programmée (Francia), Repair.org, Euroconsumers – in una mobilitazione senza precedenti per un tema tecnologico. Negli stessi giorni, migliaia di eventi di riparazione in tutto il mondo hanno installato sistemi operativi open source su vecchi laptop, sottraendoli alla discarica.
Eppure – e questa è di per sé una notizia – tra chi non ha parlato ci sono praticamente tutti i capi di stato, i premier, i ministri dell’ambiente del mondo.
Nessun governo nazionale ha formalmente contestato la decisione di Microsoft. Nessun organismo internazionale, né l’ONU né alcuna agenzia multilaterale, ha adottato misure concrete. La risposta istituzionale è stata, nella migliore delle ipotesi, l’accordo EEA ottenuto grazie alla pressione di Euroconsumers, frutto del DMA, non di un’iniziativa politica. Questo silenzio è uno scandalo tanto quanto i numeri dell’e-waste.

Microsoft: i profitti, le promesse e l’ipocrisia
Microsoft ha chiuso l’anno fiscale 2025 con un utile netto di 101 miliardi di dollari. Nello stesso anno in cui decretava la fine di Windows 10. I ricavi derivanti dalla vendita di licenze Windows 11 su ogni PC nuovo acquistato per rimpiazzare le macchine incompatibili hanno contribuito a quel risultato. Come ha sottolineato Right to Repair Europe nella sua lettera alla Commissione: Microsoft ha guadagnato 87 miliardi di euro nel 2025, con una crescita di circa il 30% dall’aprile 2023 — ovvero dall’annuncio della fine di Windows 10.
Allo stesso tempo, Microsoft mantiene sul suo sito istituzionale l’impegno a diventare carbon negative entro il 2030 e ad azzerare le proprie emissioni storiche entro il 2050. Sul blog “Sustainable Software” consiglia agli sviluppatori di «considerare l’efficienza del codice e delle funzionalità utilizzate, in modo che il software possa essere eseguito sul maggior numero possibile di dispositivi esistenti e non richieda hardware aggiuntivo». Una raccomandazione che l’azienda non ha applicato a se stessa.
Il rapporto di sostenibilità ambientale 2025 di Microsoft si proclama orgogliosamente Zero Waste per il riuso e il riciclo dei materiali nei propri impianti e per gli imballaggi dei prodotti. Non una parola sulle centinaia di milioni di PC che la sua stessa politica ha avviato verso la discarica. La contraddizione è abissale e ipocrita. Come ha confermato il rapporto di sostenibilità aziendale, le emissioni totali di Microsoft sono aumentate del 29,1% dal 2020 a causa soprattutto della costruzione di nuovi data center per l’intelligenza artificiale. La traiettoria ambientale reale di Microsoft va nella direzione opposta alle sue dichiarazioni.
L’esperta di cybersecurity Chester Wisniewski di Sophos ha sintetizzato in modo impietoso la logica aziendale di Microsoft: «Microsoft ha preso la decisione interna di rendere obsoleto questo equipaggiamento. Immagino che semplicemente non voglia che più persone continuino a usare Windows».
Il quadro normativo: perché Microsoft può farlo
La domanda più importante è anche la più scomoda: perché nessuno ha potuto fermare Microsoft?
La risposta è nella debolezza strutturale della normativa internazionale e anche europea. Come evidenzia la lettera di Right to Repair Europe alla Commissaria Roswall, le regole dell’Ecodesign impongono una durata minima degli aggiornamenti software — 5 anni — solo per smartphone e tablet. I computer portatili, i desktop, e innumerevoli altri dispositivi connessi (elettrodomestici smart, termostati, console di gioco) ne sono esclusi.
La Digital Content Directive europea richiede alle aziende di fornire aggiornamenti per un tempo «ragionevole» — una vaghezza che ha reso la norma inapplicabile in concreto. La Francia è l’unico paese europeo ad avere una legge specifica contro l’obsolescenza programmata (articolo L.441-2 del Codice del Consumo), che la punisce fino a due anni di carcere e 300.000 euro di multa — ma si applica ai prodotti fisici, non al software.
La Direttiva europea sul Diritto alla Riparazione, approvata nel giugno 2024 e che gli stati membri devono recepire entro il 31 luglio 2026, è un passo nella giusta direzione: obbliga i produttori a fornire pezzi di ricambio e a rendere riparabili i prodotti come lavatrici, aspirapolvere e smartphone. Ma non include esplicitamente i computer portatili, e soprattutto non tocca il software — il vero cuore del problema.
Il tema dell’Ecodesign per i computer è in discussione a Bruxelles da sette anni. Right to Repair Europe chiede alla Commissione Europea di garantire almeno 15 anni di aggiornamenti software per i computer e di introdurre requisiti orizzontali di durabilità e riparabilità che si estendano a tutti i dispositivi con una presa o una batteria. La proposta è concreta, dettagliata, da anni sul tavolo. Attende ancora una risposta politica all’altezza.
Il futuro prossimo: cosa succederà dopo ottobre 2026
Quando scadrà l’accordo europeo, nell’ottobre 2026, il problema si ripresenterà in tutta la sua brutalità. E sarà peggio. IDC stima che tra il 2026 e il 2028 tra 320 e 350 milioni di laptop entreranno nei cicli di sostituzione, alimentando un’onda lunga di e-waste che impatterà le infrastrutture di riciclo di tutto il mondo per anni. Nel frattempo, i prezzi dei componenti hardware stanno salendo: la RAM è cresciuta del 171% su base annua nel 2026, le GPU stanno aumentando, rendendo la sostituzione ancora più costosa per famiglie e piccole imprese.
C’è però un segnale interessante che emerge dai dati. Per la prima volta nella storia, l’adozione di Linux tra gli utenti comuni, non solo tra gli specialisti, sta crescendo in modo misurabile. Secondo le statistiche di Steam, la principale piattaforma di giochi per PC, gli utenti Linux hanno raggiunto il 5,33% del totale a marzo 2026, un dato storicamente elevatissimo per questo sistema operativo nel mercato consumer. La testata The Meridiem ha definito questo fenomeno come «la prima ondata credibile di adozione di Linux da parte dei consumatori, guidata non dalla preferenza ma dall’economia dell’obsolescenza forzata».
Cosa possono fare i governi (e cosa possiamo fare noi)
Il quadro che emerge da questa vicenda pone una questione politica fondamentale: è accettabile che una singola azienda privata possa, senza alcun vincolo legale, senza alcuna responsabilità ambientale formale, senza che nessun governo del mondo abbia alzato la voce in modo risolutivo, imporre al pianeta intero centinaia di milioni di tonnellate di rifiuti tossici, solo perché ha deciso di smettere di aggiornare un software?
Tecnicamente, sì. Giuridicamente, oggi sì. Eticamente e politicamente, al contrario, non dovrebbe essere così.
Le misure necessarie sono chiare, anche se politicamente ancora distanti. L’Unione Europea dovrebbe estendere l’Ecodesign ai computer, imponendo un minimo di aggiornamenti software di sicurezza. Right to Repair Europe propone almeno 15 anni. Il Diritto alla Riparazione deve includere esplicitamente il software, vietando che la fine del supporto software renda inutilizzabili dispositivi fisicamente funzionanti.
Le grandi aziende tecnologiche dovrebbero essere obbligate, come qualsiasi produttore industriale, a rispondere dell’impatto ambientale dell’intero ciclo di vita dei loro prodotti – hardware e software insieme – attraverso rendicontazioni verificabili e sanzioni reali in caso di inadempienza. I governi nazionali dovrebbero valutare, sul modello francese, norme contro l’obsolescenza programmata del software.
A livello individuale, la risposta più coerente – e quella che sottrae potere di mercato a Microsoft – è il passaggio a un sistema operativo libero. Linux, nelle sue numerose distribuzioni pensate per utenti comuni (Linux Mint, Ubuntu, Zorin OS tra le più accessibili), funziona perfettamente su hardware vecchio di dieci anni, è gratuito, riceve aggiornamenti di sicurezza regolari e non risponde a logiche di profitto aziendale.
In Italia, il punto di riferimento per chi vuole informarsi o ricevere supporto è la Italian Linux Society (ILS), la principale associazione italiana per la promozione di Linux e del software libero, fondata nel 1994 e presente in tutto il territorio nazionale con sezioni locali. Il suo sito linux.it è il punto di accesso a una comunità di migliaia di volontari pronti ad aiutare chiunque voglia fare questo passo.
Non è una soluzione per tutti, e non è priva di una curva di apprendimento. Ma è l’unica risposta che, in assenza di regolamentazione, combina concretezza ambientale, risparmio economico e indipendenza da un sistema che ha dimostrato di non meritare la fiducia che gli è stata accordata.
Una sfida aperta alla democrazia digitale
Questa vicenda non riguarda solo i computer. Riguarda chi decide, nel mondo digitale, cosa funziona e cosa no, cosa sopravvive e cosa va al macero, chi paga e chi no. Microsoft ha dimostrato che una singola azienda, sufficientemente grande e sufficientemente priva di vincoli normativi, può imporre al mondo scelte che competerebbero ai governi, ai parlamenti, agli organismi internazionali.
I dati sull’e-waste globale esistevano già prima di ottobre 2025. Il problema dell’obsolescenza programmata era sul tavolo della Commissione Europea da anni. Il Digital Markets Act c’era già. Eppure nessuno ha anticipato il colpo. Nessun leader politico ha messo la questione all’ordine del giorno prima che il disastro si consumasse. Le organizzazioni della società civile, Right to Repair, PIRG, Euroconsumers, iFixit, hanno combattuto da sole, ottenendo un risultato parziale nel solo contesto europeo, grazie a una norma anticoncorrenziale e non ambientale.
È possibile che la storia si ripeta. Microsoft sta già lavorando alla roadmap di Windows 12. I requisiti hardware potrebbero stringersi ulteriormente. La macchina dell’obsolescenza programmata è già in moto per il prossimo ciclo. Se i governi del mondo non decidono oggi che il software ha una responsabilità ambientale, che nessuna azienda privata può dichiarare obsoleto mezzo miliardo di dispositivi funzionanti senza conseguenze, quella storia si ripeterà puntualmente — e le montagne di e-waste cresceranno ancora.
Il feudalesimo digitale descritto da Right to Repair Europe non è una metafora. È una struttura di potere reale, che controlla l’accesso alla tecnologia, ne decide la durata, e scarica i costi ambientali, economici, sociali su chi non ha voce in capitolo. Smettere di accettarlo supinamente è una questione, prima ancora che ambientale, di democrazia.
La foto di anteprima è di Chris-lindle-ulverston-repair-cafe.jpg
Fonti principali: Canalys | Gartner | IDC | PIRG | Right to Repair Europe | Euroconsumers | ResearchGate — The End of Windows 10 and the Rise of Digital Waste | ONU Electronic Waste Monitor 2024 | Italian Linux Society
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