Articolo pubblicato su Italia Circolare, il portale delle storie dell’Economia Circolare

È una frase che tutti noi ci siamo sentiti dire, più di una volta: “Non conviene ripararlo, meglio comprarlo nuovo”. Almeno fino ad oggi. Dal 2021 potrebbe essere l’anno dell’inversione di tendenza, ovvero: “È meglio ripararlo che comprarlo nuovo”.

Dopo un lungo dibattito, l’Unione Europea afferma un nuovo diritto per il consumatore, che andrà a impattare pesantemente su tutti i produttori di computer, telefoni, lavatrici, lavastoviglie, frigoriferi, televisori: il diritto alla riparazione.
Lo prevede il Piano d’azione della Commissione Europea, varato a marzo 2020, che assegna alla stessa commissione il compito di avanzare proposte legislative e regolamentari nel 2020 e nel 2021 nell’ambito delle strategie industriali della Ue.

Obsolescenza programmata. L'Europa introduce il diritto alla riparazione

La questione sembra prettamente burocratica, ma in realtà è epocale. Se confermato, i produttori avranno l’obbligo, per ogni oggetto e nuova versione di esso, di garantire la disponibilità dei pezzi di ricambio per almeno sette-dieci anni. In pratica potrebbe essere la fine di un’epoca: quella dell’obsolescenza programmata. Una filosofia mai ammessa dalle aziende, ma entrata ormai definitivamente nella convinzione dei cittadini.

Era il 1924 quando il cartello dei produttori occidentali delle lampadine a incandescenza Phoebus decise che queste dovessero avere al massimo 1000 ore di vita. Fu in quel momento che il sistema capitalistico nel settore della tecnologia creò quella standardizzazione della produzione che successivamente è stata chiamata obsolescenza programmata. In pratica si decise che per il bene dei consumi (e dei profitti) i prodotti dovessero rompersi dopo un preciso periodo di tempo, per dare modo alle aziende di venderne altre.

Era l’epoca post-Grande depressione e la strategia si diffuse a macchia d’olio anche nei settori non tecnologici, come nel caso, poi diventato di scuola, dei ricercatori dell’azienda chimica Dupont che produceva nylon, che furono cortesemente invitati dai produttori di calze a realizzarne uno meno resistente, che si potesse smagliare più facilmente, per favorire il riacquisto di calze.

Un secolo dopo, le conseguenze di questo approccio produttivo sono devastanti e sotto gli occhi di tutti. I rifiuti elettronici, frigoriferi, lavatrici, computer, telefonini, caricabatterie, elettrodomestici di ogni sorta, sono una montagna. Grande quanto 4500 Torri Eiffel o nove volte la piramide di Giza.

Ogni anno finiscono in discarica oltre cinquanta milioni di tonnellate di e-waste, i rifiuti tecnologici del mondo ed entro il 2050, se si continua di questo passo, potrebbero essere oltre cento, fino a centoventi milioni di tonnellate.

Un peso insostenibile per il pianeta, di cui Europa e Stati Uniti sono i maggiori responsabili con una produzione di spazzatura pari a 19 chili pro capite l’anno. E l’impatto ambientale non si limita alla creazione di mega discariche in paesi del Sud del mondo come quella di Accra, capitale del Ghana, dove si trova la più grande discarica elettronica a cielo aperto del mondo. Da sempre l’esportazione occidentale dei prodotti apparentemente di seconda mano, ma in realtà veri e propri rifiuti, prende la via dell’Africa.

Il problema non è solo a valle, ma anche a monte, nella produzione tecnologica sempre più forsennata diretta alla continua sostituzione di prodotti. Un sistema produttivo che costa all’ambiente 200 chili di Co2 per ogni 100 grammi di rame presenti in uno qualsiasi dei nostri prodotti elettronici. E anche se in questi ultimi anni la quantità di riciclo è aumentata, tuttavia solo il 12% dei materiali e delle risorse secondarie tornano nel circuito produttivo. La proposta della commissione Europea, invece, consentirebbe un risparmio di 167 Tw di energia entro il 2030.

Le nuove regole che la Ue metterà in campo vanno dai nuovi limiti all’obsolescenza prematura e al monouso dei prodotti all’introduzione di un espresso divieto di distruzione di beni durevoli invenduti. Si va dal riconoscimento pieno del diritto alla riparazione con regole per i telefoni mobili, tablet e laptop, caricabatterie per telefoni e dispositivi elettronici simili, a un nuovo regime europeo per la restituzione o la vendita di vecchi telefoni cellulari.