Articolo scritto per Italia Circolare

Quando si parla di ricondizionamento e rigenerazione elettronica il nostro pensiero va istintivamente a computer e smartphone. Ma il fenomeno del ricondizionamento, ovvero riportare a nuova vita oggetti elettronici semplicemente riparandoli e rigenerandoli nei loro componenti essenziali, è una pratica che riguarda tutto il vasto mondo dell’elettronica da consumo, dai computer ai frigoriferi, ai tostapane e a tutto quello che contiene un circuito elettronico.
Sono sempre più i consumatori che trovano valore nel mercato rinnovato e la pandemia Covid-19 ha reso ancora più evidente la potenzialità di questo mercato soprattutto perché l’elettronica rinnovata offre un duplice vantaggio: un maggiore potere d’acquisto e un approvvigionamento meno soggetto a interruzioni nella sua catena di produzione e distribuzione.

Prova ne è che uno dei principali operatori nel mercato del ricondizionato, Back Market, startup francese che opera di in diversi paesi europei e da poco anche negli Stati Uniti, ha chiuso recentemente un round di finanziamento da 120 milioni di dollari versati da investitori – Goldman Sachs, Aglaé Ventures ed Eurazeo Growth – di solito poco interessati alle startup e ai loro rischi connessi di alta volatilità spesso su mercati emergenti.

All’annuncio dell’investimento, Back Market ha affermato che utilizzerà i capitali ottenuti soprattutto per incrementare la sua catena di qualità nella scelta dei suoi partner produttori di elettronica ricondizionata e dell’algoritmo che li mette in contatto con gli acquirenti, che permette al sito di funzionare come un Amazon del ricondizionato, in un mercato in alta crescita, anche se per il momento più nei paesi nordeuropei che al sud Europa, Spagna e Italia sopratutto, dove invece il mercato del ricondizionato stenta ad affermarsi.

“Spesso in Italia quando si parla di ricondizionato – hanno affermato i tre founder di Back Market – si pensa soltanto a smartphone e tablet. In realtà parliamo di qualsiasi elettrodomestico, dal frigorifero al tostapane. Questo è importante, perché c’è poca consapevolezza sull’argomento. Spesso poi questi prodotti sono nascosti nelle reti di usato senza garanzie o poco pubblicizzati dalle catene della grande distribuzione, per non rischiare di cannibalizzare il mercato del nuovo. E alla fine, le persone sono portate ad associare i prodotti ricondizionati ad una scarsa qualità, In Francia, Germania e Belgio c’è più consapevolezza”.

Un altro fattore che finora ha frenato questo mercato è la percezione che ne hanno spesso gli acquirenti, che lo considerano un mercato di seconda scelta, mentre al contrario si tratta di vero e proprio “consumismo etico”, ovvero una tendenza che se adeguatamente comunicata e spiegata nella sua essenza e catena di valore, troverebbe, secondo una stima di Back Market un 64% della platea globale di consumatori disposti a comprare un prodotto se costruito e distribuito “in modo etico” e sano per l’ambiente.

L’elettronica di consumo è un mercato che non conosce flessioni. Ne consumiamo sempre di più: dal frigorifero alle lavatrici, lampade, strumenti, giochi e molti altri. Un consumo dopato anche dall’obsolescenza pianificata: se ai tempi dei nostri nonni la maggior parte degli oggetti che acquistavamo erano destinati a durare, oggi una grande maggioranza di industrie fa in modo che la durata dei nostri dispositivi non superi in media gli 8 anni, per spingerci ad acquistare sempre più e sempre più prodotti nuovi, grazie a massicce campagne di marketing e pubblicità che alimenta e stimola lo shopping compulsivo.

Tutto questo ha un impatto sull’ambiente devastante. Uno smartphone contiene da 500 a 1000 singoli componenti, comporta l’estrazione di tonnellate di terreno e rocce per trovare alcuni grammi di minerali molto complessi da trovare come tantalio, piombo, mercurio, berillio, ecc. Più complessa è la progettazione più il prodotto richiede metalli rari come l’indio, ad esempio, che è essenziale per gli schermi piatti. E non si tratta solo di smartphone. Un altro esempio lampante è il frigorifero. Per realizzarne uno di media tecnologia il costo in materie prime è pari a 31 volte il suo peso.

L’altro fattore importante da tenere in considerazione è nell’emissione di gas a effetto serra. Molto spesso, i componenti utilizzati nella fabbricazione di oggetti elettronici provengono dalla Cina o dalla Corea (dove l’elettricità necessaria a produrli proviene principalmente dal carbone bruciato senza limiti di emissioni, quindi a basso costo rispetto all’Occidente), per cui poi si rende necessario il trasporto effettuato principalmente in aereo, con altra produzione di CO2 in atmosfera.
Infine, lo smaltimento a fine vita, che rappresenta un ulteriore costo in inquinamento del pianeta e immissione di gas serra.

Un processo insostenibile per il quale è necessario un profondo cambiamento che potrebbe essere rappresentato proprio dal ricondizionato che invece è già prodotto nel paese nel quale si vende e contribuisce all’abbattimento dei gas serra sia a monte, evitando di comprare un oggetto che per finire nelle nostre mani deve fare il giro del mondo, sia a valle, evitando la discarica.

Insomma non è necessario (anche se aiuta molto) chiedersi se si ha davvero bisogno di un nuovo device elettronico. Si può anche cedere alla bulimia dell’acquisto elettronico, ma che almeno sia ricondizionato.