L’antefatto è, almeno per i fan, noto. Montreal, Canada, 6 luglio 1977, tappa del tour “In the flesh“, appena successivo alla pubblicazione dell’album Animals. I Pink Floyd suonano davanti ad un pubblico inferocito dalle lunghe ore di attesa all’esterno, altre ore all’interno, per poi scoprire che…non si sente niente. Le prime dieci, quindici file del parterre non riescono a sentire la musica per problemi di amplificazione (successivamente il tour verrà sospeso quando gli organizzatori dei concerti nordamericani di renderanno conto dell’inadeguatezza dell’impianto rispetto ai grandi spazi, stadi e arene immense).

I Floyd cantano, ma il pubblico sotto il palco non ascolta e urla la sua rabbia. Qualcuno lancia un petardo che esplode vicino al volto di Waters, che smette di suonare e attacca duramente i fan sotto il palco che però rispondono altrettanto duramente, tentando anche di salire sul palco. Waters ne individua uno e gli sputa addosso.

Come tutti i fan sanno, questo episodio contribuirà a disegnare la personalità della rockstar Pink, protagonista dell’album The Wall che nell’omonimo film di Alan Parker sarà interpretata da Bob Geldof nel ruolo di una rockstar di grande di grande successo diventata paranoica, ossessiva e agorafobica e che dovrà sottoporsi ad una sorta di processo interiore per affrontare e sconfiggere definitivamente i suoi demoni. Una condizione che Waters ben conosce sia per la sorte che toccò a Syd Barrett, cofondatore assieme a lui dei Pink Floyd, che dovette lasciare il gruppo ad un anno soltanto dalla sua fondazione, per problemi gravi di salute mentale, sia perché lo stesso Waters ha sempre avuto un carattere introverso e spigoloso del tutto non incline a socializzazioni e grandi slanci di empatia verso il mondo che lo circonda, se si escludono i suoi versi e le sue composizioni.

A quarantun anni dall’episodio di Montreal, siamo alla fine del concerto al Circo Massimo di Roma. Anche in questo caso, come successe nella storica reunion dei Pink Floyd al Live 8 e come sempre succede nei concerti degli ex membri Floyd, si finisce con la canzone più amata, più conosciuta, più eseguita da artisti, cover band e aspiranti chitarristi che si esibiscono su You Tube: Comfortably Numb, “Piacevolmente insensibile”. Pink, protagonista dell’opera e della canzone è qui al culmine della sua chiusura esistenziale ed umana, intorpidito dalle droghe e sconvolto dalle allucinazioni, delira tra ricordi del passato e incubi del presente, nel suo ormai abituale stato catatonico, appunto “piacevolmente insensibile”.

When I was a child I had a fever
My hands felt just like two balloons.
Now I’ve got that feeling once again
I can’t explain, you would not understand
This is not how I am.
I have become comfortably numb.

Da bambino sono stato malato
Sentivo le mani gonfie come due palloni
adesso provo quella stessa sensazione
Non posso spiegartelo, non capiresti
Questo non sono io
Sono diventato
piacevolmente insensibile.

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Se i Pink Floyd sono leggenda, Confortably Numb è la canzone leggenda del gruppo. Versi ispiratissimi di Roger Waters, musica e melodia di David Gilmour, compresi due assoli di chitarra entrati anch’essi nella leggenda e inseriti al quarto posto della classifica sui cento migliori assoli di chitarra del rock dalla rivista Rolling Stone.

Breathe , breathe in the air
Don’t be afraid to care
Leave but don’t leave me
Look around and choose your own ground

Respira, respira nell’aria
Non aver paura di avere cura
Parti, ma non lasciarmi.
Guardati attorno, scegli il tuo posto

Anche l’inizio è noto. Come Gilmour, come i Pink Floyd nella reunion di Londra anche Waters decide di aprire il concerto con Breathe, traccia iniziale dell’album feticcio The Dark side of the moon (in realtà Speak to me/Breathe, si inizia con il battito cardiaco irregolare, le voci sovrapposte confuse – I’ve been mad for fucking years, absolutely years. I’ve been over the edge for yonks. Been working with bands so long, I think. Crikey“; “Sono stato matto per tanti fottuti anni, veramente per anni. Sono stato oltre il limite per un sacco di tempo, ho lavorato a lungo per le band…” – a cui segue il notissimo urlo disperato e struggente per poi approdare nella tranquillità assoluta, quasi lunare appunto, delle atmosfere rilassante e cullanti composte dai dolci giri della chitarra gilmouriana e dal celebre lento quattro quarti floyd di Breathe. Del resto l’eterna esatta riproduzione del già inciso che va eseguito esattamente come già inciso è un preciso topos folydiano, è condicio sine qua non, è esso stesso storia, essenza e sostanza del gruppo.  Breathe è un invito alla calma, alla tranquillità, al lasciarsi andare alle emozioni, a respirare e a pren dersi cura di se stessi e degli altri.

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E infatti se ci guardiamo attorno, qui al Circo Massimo vediamo e sentiamo tutti la stessa cosa: stiamo tutti respirando insieme, come un unico corpo nell’aria calda e afosa di questo luglio romano del 2018, siamo qui a celebrare l’ennesima liturgia floydiana, con gli stessi elementi che si utilizzano per le messe religiose, quali che siano le religioni. Ancora una volta l’ennesima esatta riproposizione della liturgia: le canzoni di apertura e chiusura, i simboli, le immagini, i suoni. Siamo in 45 mila e se anche siamo divisi in tutte le fasce di età possibili – si va dai comprensibili sessantenni e oltre con i loro capelli bianchi, o radi, o mancanti del tutto, con i loro visi segnati da tanto rock, con le loro magliette floydiane, ai cinquantenni e quarantenni che hanno visto i Floyd nella formazione originale solo al Live 8 del 2005, ai trentenni e ventenni che pure ci sono e che sembrano essere qui per raccogliere il testimone di una storia leggendaria per tramandarla ulteriormente, fino agli incredibili ragazzini di sedici, quattordici e dodici anni, trascinati qui da padri invasati ansiosi di consegnare ai propri discendenti la propria eredità musicale – siamo tutti uniti nella liturgia e, come dice la canzone, stiamo perndendoci cura tutti di noi stessi.

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(Foto di Denise Esposito)

Welcome my son, welcome to the machine
What did you dream?
It’s alright we told you what to dream

Benvenuto, figlio mio, benvenuto nella Macchina
Cosa hai sognato?
Va tutto bene, ti diciamo noi cosa hai sognato.

Roger Waters non è solo uno scrittore di canzoni significative e un musicista eclettico e raffinato. E’ anche un creatore di metafore concettuali rappresentate in grandi architetture sceniche. Se David Gilmour è stato il curatore del suono e il creatore delle celebri e raffinate atmosfere floydiane, rese da una chitarra dolce e struggente che sapeva trasformarsi in violenta, o aggressiva o cupa, contrappuntando in modo sontuoso gli altrettanti disperanti saliscendi verbali e concettuali dei versi watersiani, Roger Waters è il creatore assoluto della Macchina Floyd.

Sono suoi infatti, i concetti e le tematiche che circondavano di senso compiuto ogni album, sue le trovate sceniche e gli effetti luce che hanno proseguito magistralmente le prime intuizioni di Syd Barrett, sue le architetture sceniche con i pupazzi, i maiali,  gli elicotteri che si schiantano sul palco nei mega show che fin dall’inizio hanno fatto di un concerto dei Floyd un evento unico e alla cui vetta troviamo la rappresentazione di The Wall, con un muro che viene costruito davanti ai musicisti sul palco fino a celarli completamente al pubblico già alla metà del concerto, una idea di show che nel 1979 costituì una rivoluzione nel concetto stesso di show dal vivo, talmente visionario e innovativo che costituirebbe una rivoluzione anche oggi. Una incredibile macchina scenica, questo sono stati i Pink Floyd e anche questo è adesso il live di Us + Them tour di Roger Waters nel 2018: la Macchina è in pieno, stupefacente, svolgimento.

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(Foto di Mattia Filth)

Si chiamano Pink Floyd ed è sempre video arte. Tutte le canzoni di questo concerto sono accompagnate da immagini e vere e proprie opere di video arte con colori, grafiche, segni, simboli in puro stile Floyd: riprese stilizzate dal palco, montaggi incrociati, immagini della cronaca di ieri e di oggi, droni che inquadrano obiettivi, mani che si tendono (durante Wish you were here) ma che si frantumano poco prima di toccarsi, colori primari fortissimi e intensi, messaggi e appelli che appaiono e scompaiono, immagini di leader del mondo e – nella seconda parte dello show – l’apoteosi: la centrale elettrica di Battersea, copertina dell’album Animals, che sorge dal sottosuolo e supera con le sue ciminiere fumanti lo schermo e da lì a poco anche il celebre maiale si manifesterà in tutto il suo simbolismo floydiano, andandosi a posizionare tra la prima e la seconda ciminiera da sinistra, riproducendo in tutto e per tutto la copertina dell’album. Pura arte. Puro genio. Puro visionarietà nel riprendere concetti di quarant’anni prima e calarli perfettamente nell’oggi, senza perdere un solo colpo. Uno show che oltrepassa la musica per diventare opera totale.

I don’t need no arms around me
And I don’t need no drugs to calm me
I have seen the writing on the wall
Don’t think I need anything at all
No! Don’t think I’ll need anything at all
All in all you were all
just bricks in the wall

Non ho bisogno di braccia attorno a me
Non ho bisogno di droghe per calmarmi
Ho capito quello che sta succedendo
Non pensate che abbia bisogno di qualcosa
No! Non pensate che avrò bisogno di qualcosa
Dopotutto erano solo mattoni nel muro

Il suono Floyd. I colpi, i vetri in frantumi, il colossale tonfo, fa voltare di colpo decine di persone. E’ l’inizio di Another brick in the wall parte III ma sembrava che qualcosa si fosse schiantato vicinissimo a noi. L’impianto quadrifonico- ennesima eterna riproposizione della Macchina – è vivo e diffonde musica e suoni in pieno stile Floyd. Per apprezzarlo appieno . come i cultori sanno – bisogna posizionarsi nell’area centrale del quadrato formato dalle torrette con i diffusori, e una volta lì, si è nel centro acustico della liturgia, dove succedono le cose Floyd: tonfi, oggetti in frantumi, poste sbattute, sorvoli di elicotteri, esplosioni, cigolii, risate, rumori, voci, fruscii, urla, voci da radiotrasmittenti e in questa nostra contemporaneità, comunicazioni tra droni, ordini perentori, bombardamenti dall’alto. Non c’è effetto che non riesca a sorprendere, a stupire, a percorrere tutte le frequenze sonore. E’ grazie a questo impianto ti accorgi di come molte canzoni, come ad esempio Pigs e Dogs, sono state ulteriormente “caricate” di effetti sonori ulteriori rispetto all’originale, e di come le sovraincisioni siano realizzate in modo magistrale con questo impianto che le rende a perfezione, col il risultato di essere totalmente immersi in un incredibile caleidoscopio di suoni, ma non caotici, non stressanti. Un’architettura sonora di incredibile livello. Che fa gridare al miracolo.

 

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(foto di Gabriele Cosmelli).

How I wish, how I wish you were here
We’re just two lost souls
Swimming in a fish bowl
Year after year
Running over the same old ground
And how we found
The same old fears
Wish you were here

Come vorrei, come vorrei che fossi qui
Siamo solo due anime perse
Che nuotano in una vaschetta di pesci
anno dopo anno
Correndo sempre sullo stesso percorso
e che cosa abbiamo trovato?
Le nostre stesse identiche paure
Vorrei che fossi qui. 

Ogni concerto di un membro del Floyd è un concerto sull’Assenza. Di Gilmour nei concerti di Waters e di Waters nei concerti di Gilmour, soprattutto. Wish you were here nasce come desiderio di ritrovare un qualcuno che si è perso;, un amore, un sogno, un compagno e da sempre questa canzone viene associata a Syd Barrett da parte dei compagni di un tempo, anche se – come ha spiegato più volte Waters – è Shine on you Crazy Diamond la canzone dedicata a Barrett mentre Wish è dedicata all’Assenza di qualcuno per qualcun altro e al relativo desiderio di ritrovarlo, vorrei che tu fossi qui. Una canzone che chiunque può dedicare a chiunque e che da diversi anni a questa parte, dal 1982 almeno, noi fan dedichiamo all’Assente di turno, ovvero alla coppia Waters Gilmour di cui non riusciamo a fare a meno e che pur di approvvigionarci alla Fonte, andiamo come fedeli ai concerti ora dell’uno, ora dell’altro, in attesa che un fausto giorno annunci l’Avvento, ovvero una compresenza sul palco di entrambi i demiurghi (assieme a Richard Wright che però purtroppo non potrà mai più farlo).

In questo caso l’Assenza viene celebrata anche e soprattutto dal palco, dallo stesso Waters in persona che, consapevole che la liturgia si sustanzia anche e soprattutto nell’esatta riproposizione della scacchiera musicale. E così per i fan è straziante vedere e sentire che tutte le parti chitarristiche di Gilmour, gli assoli ma anche i riff e i puri arpeggi e giri di accompagnamento, gli arrangiamenti, non vengono minimamente intaccati, modificati, nemmeno sfiorati dai musicisti, così come i suoni delle varie Fender di Gilmour sono autenticamente identici all’originale, ma Lui però non c’è. E perciò, I wish, I wish you were here.

pigs_rule_the_world_Sisto_scandozza

If I was a drone
Patrolling foreign skies
With my electronic eyes for guidance
And the element of surprise
I would be afraid to find someone home
Maybe a woman at a stove
Baking bread, making rice, or just boiling down some bones

Se fossi un drone
Che pattuglia cieli stranieri
Coi miei occhi elettronici come guida
E il fattore sorpresa
Avrei paura di trovare qualcuno in casa
Magari una donna ai fornelli
che cuoce il pane, prepara il riso
O bolle soltanto delle ossa).

“Roger, welcome to Rome. Please, no politic, just music. We don’t need politic”. E’ un ragazzo fan di Salvini (come si possa essere contemporaneamente fan di Salvini e di Waters è uno degli interrogativi che più rendono l’idea della complessità e delle contraddizioni della psiche umana) che su Facebook lascia un messaggio sul post della pagina di Waters dedicata al concerto di Roma. E tra l’altro non è una posizione isolata. Da tempo a Waters viene rimproverato di parlare di politica, rimproverato di schierarsi, di prendere posizione, di parteggiare per questa o quella teoria, causa, lotta. Per chi lo conosce, per chi lo segue, per chi ha letto i suoi testi, non è una novità e non ci si può non stupire dello stupore. Waters non è mai stato uno che scrive amore per far rima con cuore, tutta la sua produzione è politica. I temi sono politici, le visioni presuppongono uno schierarsi politico, i versi sono prettamente e dichiaratamente e direttamente politici.

fuck_the_pigs_Mattia_Filth

Il fatto è che da qualche tempo anno Waters non si limita più a spiegare la sua posizione verso il mondo che vive e che lo circonda solo nei suoi versi, ma ha pubblicamente e non senza una certa veemenza,  sposato diverse cause. La lotta del popolo palestinese in primis – e di conseguenza ha fortemente criticato l’operato del governo di Israele, arrivando a proporre un boicottaggio simile a quello degli artisti americani e anglosassoni al Sudafrica sulla questione dell’apartheid, invitando artisti suoi colleghi a non esibirsi in Israele e anche qui a Roma, cita – in italiano – il Restare umani dell’attivista palestinese Vittorio Arrigoni, ucciso a Gaza, ironia della sorte proprio da palestinesi estremisti – ma non solo. Da quando Trump si è candidato alla presidenza e poi ha vinto, Waters ha indossato l’elmetto contro il presidente e contro tutti i populismi del mondo che in questa era riscuotono sempre più successo. E se la prende, conseguentemente, con i governi che non dicono la verità, con i giganti del web, Facebook e Google principalmente, che assecondano la diffusione di fake news e allo stesso tempo frenano la controinformazione, in generale, come ha spiegato più volte, il suo è un essere “naturalmente dalla parte di chi ha qualcosa di interessante da dire che contraddice le verità ufficiali e lotta per continuare a farlo”. Ma è contro Trump che la sua invettiva si fa feroce, affilata come un rasoio, spietata come una condanna senza appello. A Trump è dedicata Pigs – Three different ones, il brano di Animals dedicato ai maiali della Fattoria degli Animali di Orwell, che a quarant’anni di distanza dalla sua genesi ancora mostra intatta la potenza della sua metafora – “pigs rule the world/fuck the pigs”, si legge nei cartelli che alza alla visione del pubblico – contro il populismo e l’autoritarismo dilagante e chi meglio di Trump può diventare il maiale contro il quale scagliarsi? Si può condividere o meno, ma questo è Roger Waters, adesso: un artista che sarà anche un miliardario – come gli viene populisticamente e demagogicamente rimproverato – ma è, vivaddio, un miliardario che si schiera, che dice delle cose, che propone delle riflessioni che assumeranno anche la forma dell’invettiva, ma che è sempre meglio di artisti narcotizzati e narcotizzanti, amorfi, anonimi, che non prendono posizione o fanno finta di prenderla confondendola spesso con il marketing.

(video de La Dilva da questa pagina Facebook:

E conseguentemente, anche l’ultimo album di Waters, Is This the life we really want, di cui questo concerto propone quattro tracce tutte molto significative e perfettamente incastonabili nell’universo Floyd,  è tutto politico. Guerre, immigrazione, accoglienza, fascismi, comunicazione governativa, popoli in lotta, indifferenza dei paesi ricchi nei confronti di popoli alla fame e alla miseria. Ora, come si possa chiedere ad una persona così: please just music, no politic, è un mistero.

Ma è lui stesso a rispondere al ragazzo di Facebook. Racconta l’episodio e il messaggio e rivolge all’autore un “Fuck you” sorridente mentre e il pubblico esplode. Ma la parolaccia è presto sostituita da un gesto d’affetto: Roger incrocia le braccia sul petto a simulare un abbraccio capace di contenere tutto il suo pubblico, tutti noi che siamo lì in quel momento.  Stay human. Restiamo umani.

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Roger Waters non è più quello di Montreal, quando una sera Bob Ezrin, il musicista e compositore che dopo qualche mese sarà chiamato a collaborare alla monumentale opera rock The Wall, lo vide sbirciare il pubblico che cominciava a riempire lo stadio e che disse, sospirando: “A volte vorrei mettere un muro tra me e il pubblico”. Oggi Roger Waters il pubblico lo abbraccia e lo tiene stretto invitandolo all’amore universale. Roger Waters è diventato Piacevolmente Sensibile.

Scaletta concerto 14 luglio 2018 Circo Massimo. 

“Breathe”
“One of These Days”
“Time”
“Breathe (Reprise)”
“The Great Gig in the Sky”
“Welcome to the Machine”
“Déjà Vu”
“The Last Refugee”
“Picture That”
“Wish You Were Here”
“The Happiest Days of Our Lives”
“Another Brick in the Wall, Part 2”
“Another Brick in the Wall, Part 3”
“Dogs”
“Pigs (Three Different Ones)”
“Money”
“Us and Them”
“Smell the Roses”
“Brain Damage”
“Eclipse”
“Comfortably Numb”