Di Mark Hollis mancavano notizie da circa vent’anni. Si sapeva che aveva abbandonato la musica e che facesse tutt’altro ma non si sapeva cosa. Né si sapeva dove vivesse, come trascorresse le giornate, figuriamoci poi avere a che fare con il suo glorioso passato, leader di un gruppo, i Talk Talk, che negli anni ’80 ebbe un successo planetario, di quelli che permettono ai singoli componenti di vivere di rendita e di arrivare ai settant’anni soltanto riproducendo se stessi,  come capita ai tanti di quel periodo, Human League, Duran Duran, Spandau Ballet, Alphaville, Love and Money che oggi si possono trovare su You Tube, da soli o anche in formato gruppo originale, sul palco di affollatissime arene a cantare i loro eterni successi, attorniati da una folla di coetanei entusiasti.

Il gruppo di Hollis invece su You Tube non ce lo trovi se non in immagini risalenti agli anni del successo. E pure a cercare notizie sull’avvenuto scioglimento, come dove quando perché, le notizie sono frammentarie, rarefatte, come il personaggio in questione. Qualche dichiarazione qua e là, strappate ad interviste sempre più rare e sempre precedenti agli ultimi vent’anni. Mai una news su di lui, mai una foto in occasione di una serata mondana o una reunion di vecchi amici, nessun sito web, nessun profilo social nell’epoca dei social, niente di niente. Letteralmente scomparso da ogni tipo di radar.

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Al punto che la rivista Noysei dedicò alla sua assenza, qualche anno fa, un pezzo dal titolo simbolico: “Come scomparire completamente“. Questo fino a ieri, lunedì 25 febbraio 2019, quando una stringatissima dichiarazione del suo manager, conferma il tam tam dei social iniziato poco prima: “Mark ci ha lasciato dopo una breve malattia dalla quale non si è più ripreso”. Mettendo fine alle speranze di chi, come chi scrive, confidava che un giorno l’avrebbe rivisto, su un palco o risentito su un cd la sua inconfondibile voce nasale che era uno dei marchi della fabbrica Talk Talk.

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Sul primo album dei Velvet Underground Brian Eno disse: non vendette molto, ma tutti quelli che lo comprarono hanno poi formato una band”. A leggere i tributi e le attestazioni di stima per la morte di Hollis, ieri, viene da pensare la stessa cosa.

Diversamente dal pubblico, che giustamente celebrano i Talk che tutti conoscono, quelli di due album soprattutto, It’s My Life e The Colour of springs, che contengono le gemme che tutti sanno a memoria, gli altri, i musicisti, da quelli che lo hanno conosciuto e suonato con lui a quelli che lo hanno semplicemente ascoltato, fanno invece riferimento ad altri due album, quelli finali del gruppo: The Spirits of Eden e The Laughing Stock. Lavori che se da un lato hanno segnato la fine commerciale del gruppo e la rottura con le case discografiche disinteressate alla ricerca e alla sperimentazione musicale, dall’altro hanno ispirato ed entusiasmato tutti i musicisti che ieri hanno ricordato Hollis come un autore di una ricerca musicale fonte di grande ispirazione per loro.

Già perché se le origini del gruppo lo vedono esordire nei primi 80 nel filone all’epoca fiorente del New Romantic e della New Wave, entrambe nate dal rock e dal punk dei fine 70, grande uso di tastiere e sintetizzatori e relativi accattivanti riff di grande orecchiabilità, i Talk si differenziano subito dai loro “competitor” apparecchiando un synth pop già innovativo nella innovazione musicale del periodo.

Anche le hit come Such a Shame, canzone di successo ma dalla struttura originale e sofisticata, e It’s My life, con versi di animali e una linea di basso che farà storia, e verrà coverizzato enne volte, si alternano a vere perle come Tomorrow Started, Reneé, Life’s whats you make it e soprattutto Living in another World, dove in una struttura complessa e un testo che parla di una dolorosa separazione, svetta una grande ricchezza di musicisti e relative performance a cominciare da Steve Winwood all’organo.

The Colour of Spring segna l’apice di vendite per i Talk, oltre tre milioni di copie vendute in tutto il mondo, concerti ovunque nel globo, richieste di esibizioni a pioggia.

Ed è a questo punto della storia che le strade dei Talk Talk fenomeno di successo e quella del suo leader Hollis, cominciano a dividersi. Come spesso accade ai musicisti di talento che suonano non per mestiere ma per vocazione, il successo di un lavoro è relativo, quello che conta è la risposta che un artista cerca nella sua opera. Ora che i Talk grazie al successo possono permettersi tutto, Hollis decide di permettersi l’unica cosa che non può permettersi, ovvero la libertà artistica e la noncuranza dell’aspetto commerciale.

L’album seguente, The Spirit of eden, prodotto in oltre due anni e denso di sperimentazioni, è un insuccesso. Quello ancora dopo, The Laughing stock, è una catastrofe commerciale. Entrambi gli album, però passano lo stesso alla storia, per una grande ricerca musicale in cui “tracce” di rock progressivo, jazz, ambient e blues, si fondono in un andamento “a levare” più che ad aggiungere, che anticipa la personalità che Hollis sta assumendo e che anni dopo saranno celebrati come anticipatori di quello che sarà chiamato “post rock” che ispirerà gruppi come The Verve, Radiohead, Sterolab e tanti altri, ma che al momento, alla casa discografica Emi interessano meno di zero e che danno luogo alla rottura del contratto, a cause legali (la lite giudiziaria farà scuola e da quel momento le case discografiche inseriranno una clausola nei contratto che obbligherà gli artisti sotto contratto a produrre lavori che tengano conto “dell’aspetto commerciale”) e raccolte di successi fatte uscire per ripicca e che danno origine ad altre cause legali.

E’ il 1991 e i Talk Talk finiscono così, con un album fatto di sole sei tracce che furono registrate in uno studio al buio, illuminato dalla sola luce di alcune candele, in un alternarsi di oltre cinquanta musicisti che improvvisano su temi musicali ridotti al minimo e che suonano al buio, e che secondo Hollis andava ascoltato proprio così, al buio e quindi niente concerti, niente tournée, niente di niente. Mentre le sei tracce si distinguono per assenza di forma canzone e per suoni mimimali, rarefatti e con la voce di Hollis sempre più sussurrata, via via a sparire.

Il pubblico scappa, la critica è perplessa, con Hollis che dice cose come “il silenzio è la cosa più importante che hai, una nota è meglio di due, lo spirito è tutto, e la tecnica, sebbene abbia un grado di importanza, è sempre secondaria”.

Non ci sarà più nessun album dei Talk Talk e ce ne sarà soltanto un altro, da solista, nel 1998, intitolato semplicemente “Mark Hollis”, nel quale la dissolvenza musicale iniziata negli ultimi album, continua facendosi sempre più impalpabile.

Sotto sonorità minimali jazz e folk, la voce di Hollis scompare, limitandosi a sussurri sempre più fiochi e dissolventi fino ad accennare un solo verso nella canzone finale, A New Jerusalem: “vedete?”, sembra dire.

Nell’unica intervista concessa ad una rivista tedesca, Hollis parla della sua intenzione di fare un disco “senza tempo, dal quale non puoi capire in quale epoca sia stato realizzato” e parla degli unici artisti che ascolta in quel periodo, Miles Davis e John Coltrane, che non gli interessa la musica di oggi ma “la musica classica del ventesimo secolo o il jazz dalla seconda metà degli anni Cinquanta fino alla fine degli anni Sessanta”, per poi pronunciare la frase che lo definirà da quel momento fino a ieri: “Non ci sarà nessun concerto, nemmeno a casa nel salotto, questo materiale non è adatto per suonare dal vivo e io scelgo la mia famiglia, forse gli altri sono capaci di farlo, ma non posso andare in tour ed essere un buon papà allo stesso tempo”.

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Ci può mancare uno che è già scomparso da vent’anni? Nell’epoca delle apparizioni ad ogni costo, dell’eterna riproposizione di se stessi, Mark Hollis è  si è dissolto fino a scomparire. E se non fosse per la legge delle news e per i tantissimi tributi che decine di musicisti ieri gli hanno voluto rivolgere, forse non l’avremmo nemmeno saputo. Ed è probabilmente quello che lui avrebbe voluto.