Quello del reddito universale non è una battuta da bar o una utopia prodotta da stato di ubriachezza, ma è un tema dibattuto da anni e che riguarda le economie avanzate e il grado di civiltà di una nazione.

Ovviamente si scontra con altre teorie, prima di tutto quella neoliberista che vede nell’accumulazione della ricchezza e nel continuo reimpiego delle risorse (la famosa ruota spesso disegnata dalla sinistra radicale lavora-consuma-crepa) l’unico baluardo di progresso e l’unico futuro possibile.

Ed è un peccato che un tema così serio e degno di essere discusso senza pregiudizi oggi sia stato portato all’attualità da uno come Beppe Grillo, responsabile della fondazione di un movimento politico che si proponeva di essere avanzato teoricamente e politicamente e che nei fatti ha portato in politica e adesso al governo, una classe arretrata culturalmente, sostanzialmente ignorante e del tutto priva di mezzi culturali necessari ad inquadrare correttamente i fenomeni sociali, e che ha finito per distinguersi per infantilismo politico, elogio dell’ignoranza e del pressapochismo mutuato dal sentito dire, con effetti devastanti sulla cultura e sulla qualità della politica attuale.

La teoria del reddito universale, o reddito di base, cosa diversissima dal reddito di cittadinanza italiano, che è sostanzialmente un sussidio di disoccupazione allargato, riguarda le economie avanzate nell’era della terza rivoluzione industriale e della robotica, e pone una riflessione su cosa è l’uomo oggi, se è o può essere un individuo dotato di scelte e di libero arbitrio, o un elemento da catena di montaggio, privato di qualsivoglia scelta perché anzitutto obbligato a produrre per sé e per i suoi familiari se non vuol finire nell’indigenza e ai margini della società.

Quest’ultima scelta nelle epoche precedenti era obbligata. La forza lavoro era necessaria ed era necessario fare parte della forza lavoro se si voleva essere uomini e donne dotate di dignità. Alternative non ce n’erano.

Ma negli anni recenti e grazie al processo tecnologico che vede le macchine impegnate a sostituire l’umano – e i lavori dell’umano – in campi sempre più numerosi e diversi – ci si è posta la domanda se siamo arrivati ad una sorta di “fine del lavoro”, per mutuare uno dei saggi più di successo e datato anni 80, dell’economista Jeremy Rifkin che per primo intravide la possibilità per l’uomo di fare a meno del lavoro quanto meno come attività principale della sua vita.

Il punto di partenza del ragionamento sul reddito universale è lo stato di bisogno, che da sempre ha condizionato l’uomo nelle sue scelte. Anticamente solo i discendenti di famiglie nobili avevano il potere di scegliere come sarebbe stata la loro vita, quale lavoro, in quale campo, e per quale motivo, se per guadagnare, o anche solo per permettersi di contemplare la vita, avendo soddisfatto, grazie allo status sociale ed economico, i bisogni primari.

Successivamente questo potere è stato allargato alle famiglie non nobili ma benestanti. Industriali e grandi imprenditori potevano offrire ai propri discendenti ottime scuole, grandi viaggi, anni sabbatici e di riflessione e sopratutto grandi aziende pronti a cooptarli assicurando loro incarichi e stipendi commisurati allo status di partenza. Un benessere via via acquisito anche dalle classi medie, che potevano mandare i loro figli all’università grazie anche ad un solo stipendio che entrava in casa.

Alle masse lavoratrici, oggi chiamate classi povere ed emarginate tutto ciò non era e non è mai stato concesso. I figli del proletariato potevano solo andare in miniera e oltretutto facendo a botte per andarci, data l’enorme disoccupazione che garantiva salari bassi e bassissimi, grazie a quello che Marx individuò come L’esercito di riserva, masse di disoccupati pronte a prendere il posto di chiunque osasse avanzare rivendicazioni salariali o diritti acquisiti sul campo.

Una situazione non molto diversa da quella di oggi, o per molti versi una tendenza che molti vedono come salutare, e comunque inevitabile.Libero arbitrio? Libertà di scelta? Forse solo su quale miniera scegliere e non è detto. A volte manco quello.

Lo stato di bisogno dunque. In una delle interviste più belle che Mario Monicelli ha rilasciato prima di morire, il regista diceva: “La libertà non è quella di scegliere in quale modo morire di fame. La vera libertà – e dunque la vera ricchezza – è l’affrancamento dallo stato di bisogno”.

Dall’obbligo di impedire che la propria famiglia muoia di fame e dunque andare a lavorare da subito, per chiunque a qualunque prezzo, pur di non morire socialmente prima che fisicamente.

Il reddito universale va proprio in questa direzione. Una società avanzata, ricca, può regalarsi e regalare ai propri cittadini la libertà più grande, ovvero l’affrancamento dallo stato di bisogno e fare in modo che ognuno scelga liberamente cosa fare della propria vita?

La critica è: non si possono regalare soldi, vanno guadagnati. Anche perché se c’è qualcuno che prende un reddito senza far niente, c’è qualcun altro che quel reddito, per sé e per l’altro, lo produce. E non sarebbe giusto. Ed è vero.

Ma reddito universale non significa reddito di disoccupazione. Significa assicurare una quota, minima di sussistenza a chiunque, per permettergli di poter fare delle scelte, su quali studi, quali lavori, quale inclinazione, quali settori sono per lui più congeniali e permettergli di farli senza dover vederseli precludere perché costretto a lavorare dovunque capiti, senza tutele e diritti, magari a nero o anche per fare un lavoro dignitoso e tutelato, ma scelto per necessità e non per inclinazione o desiderio.

Si dirà: la storia è piena di gente che ha fatto quello che desiderava e si è sacrificata per riuscirci, magari studiando di notte, senza chiedere niente a nessuno, e ora è orgogliosa di avercela fatta. E nessuno lo mette in dubbio che sia giusto e utile.

Solo che la storia è piena anche di gente che non ce l’ha fatta, che si è schiantata al solo tentativo. E anche di gente che nemmeno se lo immaginava che poteva farlo, completamente costretta, anche mentalmente, a chinare la schiena e silenzio. Non c’è scelta possibile per chi non se lo immagina nemmeno di averla, una scelta.

Molti economisti concordano sul fatto che l’esistenza di un reddito universale a favore di tutti, ovvero di una tassa negativa (fino ad un certo punto sono io che ti do i soldi e dal quel punto in poi voli con le tue ali e paghi le tasse), permette alla gente di essere portatore di dignità dalla nascita, e messo in condizione di scegliere davvero chi vuole essere.

Il reddito non impedisce a chi vuole realizzarsi in un campo della società di farlo, di diventare qualcuno, di realizzare qualcosa di importante, di lasciare una traccia, nel campo del sapere, o nel campo della ricchezza personale. Tutti gli obiettivi sono aperti e realizzabili oggi come domani.

Un’altra critica direbbe: e se si tratta di persone che non hanno desideri, aspirazioni, e semplicemente, non vogliono fare nulla? In questo caso si possono studiare dei sistemi che prevedano lavori a favore della collettività per una parte del tempo e per la restante parte l’individuo è libero di realizzarsi come crede, anche non lavorando ma magari anche dipingendo croste che nessuno mai comprerà.

E’ una forma di realizzazione fuori dal lavoro, ma non per questo deprecabile o disprezzabile, se si abbraccia il principio che non è più il lavoro l’unico mezzo per acquisire dignità e nell’attribuire valore a se stessi e agli altri.

E’ qualcosa che non ha a che fare con la ricchezza, ma con una cosa ancora più preziosa: la felicità. Individuale e collettiva di una società. E a me pare che ce ne sia bisogno.