E va bene, sui capolavori c’arrivo tardi, ma l’importante è che ci arrivi. La prima stagione di Mindhunter sta su Netflix dal 2017 e io l’ho vista solo ora. Questo perché di solito i serial sui serial killer non mi entusiasmano molto, preferisco un sano e duro confronto con lo psicopatico disturbato in una volta sola, e da questo punto di vista il capostipite è naturalmente il dottor Lecter del Silenzio degli innocenti, nella versione di Anthony Hopkins (si, c’è anche un altro dottor Lecter, nel quasi sconosciuto Manhunbter, Frammenti di un omicidio).

Mindhunter serie netflix capolavoro assoluto

Quando ho cominciato Mindhunter alla prima puntata mi sono appisolato, alla seconda pure, alla terza mi sono chiesto perché stessi vedendo questa serie che due palle non succede mai niente.

Poi è successo.

Alla quarta ero coinvolto, alla quinta seriamente addicted, e alla nona mangiavo a cena con un solo pensiero. Tra poco avrei visto il finale di stagione.

Questo perché alla quarta i vari dottor Lecter con i loro ricordi, ragionamenti, teorie e racconti sono usciti fuori e con loro è uscito fuori l’Abisso, l’Oscuro, il Male. E niente è stato più come prima.

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Mindhunter racconta la storia di come l’Fbi ha creato la sezione di Scienze Comportamentali che poi ha portato alla sezione che indaga, studia e cerca i serial killer, la stessa parola, serial killer, è stata coniata là dentro.

Cos’ha di bello, Mindhunter? Una cosa, che a un certo punto ti afferra e ti costringe ad andare dove vuole lui. Nel racconto dell’Oscuro.

Cos’è un un serial killer? E’ una persona qualunque, che a differenza di tutti gli altri è sceso nel suo abisso e ha scoperto che in quell’oscurità si trovava meglio che nella luce di una apparente vita normale.

E ha deciso di seguire il suo istinto, né più né meno di noi tutti quando seguiamo le nostre inclinazioni, attitudini, ispirazioni, quelle pubbliche e quelle private, intime.

La maggior parte di noi non scende tutte le sue scale, verso i sotterranei o se le scende, lo fa accompagnato da un terapista, una guida spirituale. E inoltre, fortunatamente, gli scantinati della psiche sono sì presenti in ognuno di noi ma diversi nella loro composizione e grado di oscurità. E diversi nell’intensità dei sussurri e dei richiami che sentiamo provenire da laggiù.

Dipende da chi siamo, dove siamo cresciuti, con chi e cosa ci è successo e quanti scatoloni di cose spiacevoli o orrende abbiamo stipato in quei sotterranei per anni. E dipende anche da che capacità abbiamo di dimenticarceli stipati là sotto. E se riusciamo ad educare le orecchie a non sentire i sussurri.

I serial killer sono gente che non ce l’ha fatta a ignorare quei sussurri. Ed è perciò scesa nei sotterranei e là è rimasta. Anche adesso che sono in galera, è interessante – ed è qui il nocciolo di Mindhunter – ascoltarli nei loro racconti, perché quei sotterranei esistono in ognuno di noi, e imparare a scendere le scale di un possibile killer ancora in circolazione, potrebbe impedire che questo faccia altre vittime.

Il problema è che entrare e uscire dai sotterranei di questa gente, comporta dei costi. Bisogna immedesimarsi, come uno sciamano che assume psico droghe per predire il futuro alla sua tribù, solo che la maggior parte di psicodroghe non è potente come la mente umana che se sollecitata, può essa stessa generare allucinazioni narcisistiche, attacchi di panico, deliri di onnipotenza, rovinare relazioni affettive o lavorative, fino a spingerti al suicidio o all’omicidio o a chissà che altro.

Visitare i propri scantinati può essere pericoloso. Quelli di psicopatici assassini certificati è un tipo di lavoro usurante che non si augura a nessuno.

Se il tema è l’Abisso, la forma è adeguata. Al timone c’è il David Fincher di Seven e infatti siamo ampiamente su quel pianeta. Regia appositamente lenta come dev’essere la deduzione ragionata da quanto appena sentito, fotografia scura e inquadrature da Nightawks, il celebre quadro di Hopper, e poi, loro tre: Jonathan Groff, Holt McCallany e Anna Torv, che sono, semplicemente, magnifici.

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