L’essenza del giornalismo, che lo distingue dal pettegolezzo, dal sentito dire, dall’illazione e anche dalla diffamazione, è la verifica della notizia.

Ti arriva una voce, una foto, una testimonianza di interesse pubblico. La prima cosa che fai è verificarla, cercando riscontri, proprio come fa un investigatore della polizia quando indaga su un crimine.

Nel migliore dei casi ti attacchi al telefono, sentendo le tue fonti abituali. Negli altri casi alzi il sedere dalla sedia e esci, vai sul luogo di un fatto, ascolti le persone, cerchi nomi e cognomi, prendi numeri di telefono, ti annoti indirizzi, fai delle telefonate, ti fai sbattere il telefono in faccia, ricominci da capo.

E soltanto quando hai un numero giudicato sufficiente di conferme, a loro volta confermate da altre conferme, che ti metti e scrivi.

Poi il tuo pezzo passa al vaglio di un altro, un tuo superiore che ti chiede le pezze d’appoggio di questa e quest’altra affermazione, ti smussa i passaggi che non hanno conferme, ti cassa le tue opinioni dicendoti che non interessano a nessuno a parte te, ti titola il pezzo adeguatamente, ovvero corrispondente il più possibile al contenuto, e finalmente il tuo pezzo va in pagina/in onda.

Questa è la scuola classica, che nobilita il giornalismo e ne costituisce la sua funzione essenziale per una democrazia. L’elemento centrale è la verifica. La verifica che costa lavoro, sudore, fatica, e spesso è la causa della mancata pubblicazione. Niente verifica, niente notizia. 

Quando questa verifica manca del tutto, il giornalismo perde tutto il suo valore e una notizia retrocede a quello che era prima: un sentito dire, una illazione, e spesso confezionata in modo da essere una polpetta avvelenata: ti faccio credere che.

La notizia-foto dell’aperitivo ai Navigli a Milano ne è il tipico esempio. Arriva una foto, la prima cosa da fare sarebbe verificarla, e in questo caso non ci sarebbe niente di particolare né costoso da fare. Non c’è da andare in cima al Monte Bianco. Tutti i quotidiani hanno delle redazioni a Milano. Basterebbe mandare un redattore ai Navigli e verificare. Ma non lo si fa.

La regola: “verifica e poi pubblica” è diventata prima “pubblica e poi verifica” e adesso assistiamo ad un ulteriore mutazione: “pubblica e lascia che a verificare sia qualcun altro, se ne ha voglia se no amen”.  

Siamo infatti arrivati perfino al paradosso di articoli che analizzano le foto o i video cercando di capire se sono stati contraffatti, pur di non mandare qualcuno semplicemente a verificare. Quand’anche l’evento fosse già passato, questo qualcuno potrebbe chiedere ai gestori dei locali, ai camerieri, bussare ai citofoni delle persone che abitano lì, mostrare la foto e vedere se la confermano. Insomma, facendo del giornalismo.

Prevedo l’obiezione: la notizia: “C’è un sacco di gente ai Navigli che si infetta e infetta tutti” è molto più inquietante e commercialmente efficace di “Ai Navigli tutto regolare, era una bufala”. Chi cliccherebbe mai sulla seconda?

Ora, a parte che un buon giornalismo riuscirebbe a rendere profittevole anche una verifica di una notizia, come dimostra la sostenibilità economica dei tanti siti antibufala che guadagnano dalla pubblicità e i grandi giornali potrebbero guadagnare da questo forse altrettanto che dalla diffusione irresponsabile di immondizia virale, il problema in questo caso è che la bulimia virale di ricavi travolge qualsiasi barriera di responsabilità anche perché non si trova nulla di disdicevole a smentire finanche se stessi, dando una notizia quattro volte, come nel caso della fila di automobili in coda verso il mare a Pasqua, che poi è diventata fila per i controlli, poi molti controlli e poca fila, fino alla notizia che era falsa la notizia delle file a Pasqua (e ovviamente anche dei controlli).

Un altro problema sono poi le reazioni a queste notizie. Il sindaco di Milano Sala legge la notizia dei navigli e anziché alzarsi e andare a vedere, si fida della Repubblica e degli altri giornali, accende la telecamera e fa un video minacciando di rinchiudere tutta la popolazione di Milano alla prossima violazione, di fatto invitando altri bufalari a postare altre falsità che verranno poi raccolte dai giornali e pubblicate senza alcuna verifica e così via.

Intanto i giornali hanno imparato un’altra cosa: i contenuti di valore, interviste, inchieste, analisi, sono blindati da paywall e disponibili solo per abbonati. Del resto i contenuti di valore costano. Il problema invece è un altro: che chi non si abbona non solo non conosce quello che è importante sapere, ma cornuto e mazziato, deve anche essere inquinato da notizie false e immondizia virale che lo confonde e lo indirizza verso convinzioni sbagliate. Più che un abbonamento è una specie di minaccia: pagami o non solo non ti farò sapere, ma ti seppellirò di cazzate come un qualsiasi social, magari peggio.

Col risultato che se poi questo è anche un sindaco, ti chiude una città solo perché i giornali italiani hanno il modello di business che consiste nel guadagnare pubblicando la verità e il suo contrario. Piangere e fottere, si dice a Napoli.