Mia intervista per Italia Circolare e per Memo, Grandi magazzini culturali, a Paolo Inghilleri, autore di “I luoghi che curano”, (Cortina editore), sul tema del benessere delle città in uno scenario di aumento delle megalopoli previsto nei prossimi venti anni.

Dal 2007, più della metà della popolazione mondiale vive nelle città e si prevede che tale quota salirà al 60% entro il 2030. La megalopoli è una nuova forma di urbanizzazione, che è stata descritta come il fenomeno urbano del 21° secolo.

Entro il 2025-2030, si stima che circa 630 milioni di persone vivranno in quasi 40 megalopoli in tutto il mondo. Tokyo in Giappone sarà ancora la più grande di tutte, seguita da Delhi e Shanghai, ma anche molte città in America Latina e Africa cresceranno rapidamente. Sei nuove megalopoli – Luanda, Dar es Salaam, Baghdad, Chennai, Bogotà e Chicago – dovrebbero portare il numero totale globale delle megalopoli a 39.

Oltre a queste, circa 400 milioni di persone vivranno in città di 5-10 milioni di abitanti e poco più di 1 miliardo vivrà in città di 1-5 milioni. La maggior parte della popolazione mondiale vivrà infine in città con meno di 1 milione di persone.

Lo scenario preoccupa per vari motivi: la sostenibilità ambientale, la qualità dei servizi, l’accentuarsi delle diseguaglianze sociali e, non ultimo, il benessere delle persone. La domanda è come fare in modo che questo rapido processo di urbanizzazione non si traduca in un’espansione urbana non pianificata, disordinata che impedisca il necessario benessere ambientale e psicologico, indispensabile ai milioni di persone che vivranno in queste megalopoli?

Lo abbiamo chiesto a Paolo Inghilleri, docente di Psicologia sociale e transculturale all’Università degli Studi di Milano e autore di I luoghi che curano (Raffaello Cortina Editore), che affronta proprio il tema degli effetti terapeutici dei luoghi, degli oggetti e della natura esistenti nell’ambiente in cui viviamo.

Paolo Inghilleri

Professor Inghilleri, nel suo saggio lei descrive uno scenario contemporaneo inquietante: il disagio di vivere delle società occidentali del benessere, dimostrato da patologie molto diffuse come ansia e depressione. Cos’ha che non va la società nella quale viviamo?

Abbiamo troppe scelte da fare, e le troppe scelte creano ansia e depressione. Siamo circondati da possibilità di consumo e di comportamento che generano un surplus che supera spesso la capacità del nostro cervello di elaborarlo. Viviamo a costante contatto con sollecitazioni create da varie sovrapproduzioni: la conoscenza, le notizie, i consumi, il cibo, compresi i consumi intellettuali e quelli culturali. Siamo costantemente chiamati a fare delle scelte e viviamo nell’ansia e nella preoccupazione di non esserne all’altezza. E così per ogni scelta che facciamo o che non facciamo, pensiamo che si sarebbe potuto fare meglio. Se a questa insicurezza sommiamo il drastico abbassamento del livello dei beni comuni disponibili e dalle sicurezze e protezioni sociali, scopriamo di avere meno certezze su tante questioni: il lavoro, la salute, il benessere attuale e il futuro che ci appare sempre più oscuro e complicato. E questo ci manda in crisi.

Lei individua e racconta gli effetti terapeutici che possono avere sul nostro benessere mentale i luoghi e il contesto architettonico e naturale che ci circonda. Secondo l’Onu, nel 2050 i grandi centri urbani ospiteranno oltre due miliardi e mezzo di persone in più. Come dovranno cambiare le città per ospitare così tante persone senza generare una massa di infelici?

Sono due i cambiamenti che devono procedere di pari passo. Quello dei decisori politici e quello dei cittadini. La psicologia ambientale ci dice che nella città ci sono una serie di luoghi che possono farci stare molto bene soprattutto psichicamente. Ciò avviene se questi luoghi mostrano una coerenza, cioè un collegamento tra il nostro passato, che noi riconosciamo come tale, e il futuro che ci aspetta. Il mix di questi due elementi crea piacevolezza psicologica e benessere soprattutto quando vivo un luogo, un quartiere o una città. Li riconosco, ne ho fiducia, non mi spaventano.

Ad esempio?

Analizziamo un fenomeno che possiamo riscontrare ogni volta quando cambiamo casa: la nuova abitazione, magari diversissima dalla nostra casa precedente, ci apparirà meno estranea se noi possiamo accostare ai nuovi stimoli ambientali elementi che ci ricordano la nostra vecchia casa. Allo stesso modo, se nel quartiere dove abitiamo ci sono degli elementi che ricordano il nostro passato e le nostre origini, vivremo meglio. Sono segnali che percepiamo anche inconsciamente e che danno maggiore tranquillità e benessere psicologico, sia nella fase della conoscenza e della scoperta del nuovo, sia nella fase della coesistenza tra persone. Ci sono precise tendenze in architettura che vanno proprio in questa direzione, penso ad esempio al cileno Alejandro Aravena e al suo principio dell’autocostruzione.


Foto di Bishnu Sarangi da Pixabay

Cos’è l’autocostruzione?

È un principio in base al quale si realizzano interi quartieri dal punto di vista urbanistico e architettonico con edifici nuovi, tecnologicamente avanzati, sostenibili, servizi di mobilità alternativa, insomma utilizzando tutto quello che di innovativo, tecnologicamente avanzato e sostenibile è disponibile. Ma alla fine, non finisco, quegli edifici non li costruisco del tutto. Lascio a chi ci dovrà abitare decidere come dovrà essere il disegno finale delle loro abitazioni. Lo scopo è creare le condizioni affinché i luoghi generino benessere psicologico. È un fenomeno del resto che si comincia a vedere anche negli slum, i grandi insediamenti popolari al centro delle città sviluppate, specie asiatiche, dove nonostante tutti i problemi derivanti dalla mancanza dei servizi e al sovrappopolamento, si nota comunque una certa serenità psicologica dovuta ad un felice connubio tra vecchio e nuovo, antico e moderno.

E se la città è fatta da cittadini di culture, nazionalità, etnie diverse? 

L’altro aspetto per far fronte all’inurbamento è fare in modo che le persone possano connettersi ai luoghi in cui vivono tenendo aperti e attivi i legami con la propria infanzia e la propria cultura. Ad esempio è molto importante che nelle città ci possano essere i luoghi che rappresentano diverse culture a partire da quella religiosa, attraverso la presenza di chiese, moschee, sinagoghe. E poi quella che si definisce come comunicazione transnazionale, ovvero l’utilizzo della tecnologia per connettersi ai luoghi della propria provenienza. Da questo punto di vista i social network sono importanti. Io vivo in Italia, ma con i social posso connettermi alle pagine Facebook della mia città d’origine, dove resto connesso con la realtà che ho lasciato, ma dalla quale non mi sono disconnesso. Insomma, i luoghi devono trasmettere identità e costruire ponti tra culture diverse, ponti che alla fine creano legami e uniscono le persone. 

Arriviamo al tema della sostenibilità. Energie rinnovabili, rifiuti zero, economia circolare. Quanto influiscono questi principi sul benessere psicofisico individuale?

Influiscono molto e sono molto importanti. Se io so che determinati comportamenti favoriscono l’ambiente, il pianeta e di converso il luogo in cui vivo, attuarli mi gratifica e mi aiuta. Ma questa è una molla che deve scattare dal basso. L’atteggiamento positivo verso la sostenibilità, e ci sono molte ricerche che lo dimostrano, non avviene grazie alle campagne di comunicazione o per decisioni politiche che pure sono importanti. Si tratta di scelte personali. Di esempi.  Succede in famiglia quando un figlio che si occupa di fare la raccolta differenziata rimprovera il padre che non ci sta attento. Vedere una persona alla quale si vuol bene impegnarsi in un comportamento virtuoso, spinge a fare le stesse scelte, innescando un circolo che potremmo definire di narcisismo altruista. Ed è questo che rende una città felice.