Il 25 maggio 2026 la Chiesa cattolica ha pubblicato la sua prima enciclica sull’intelligenza artificiale. Si chiama Magnifica Humanitas, l’ha firmata Papa Leone XIV, conta 245 paragrafi. È un documento lungo, denso, costruito su decenni di dottrina sociale. Ma il suo messaggio centrale è diretto e non equivocabile: la tecnologia non è neutra, e chi la costruisce – a qualsiasi scala – porta una responsabilità che non può essere delegata né al mercato né ai governi.

Un documento storico, non solo religioso

Per capire il peso della Magnifica Humanitas bisogna partire da un dato: la Chiesa cattolica conta 1,7 miliardi di fedeli nel mondo. Le sue encicliche non sono comunicati stampa. Orientano il pensiero di istituzioni, università, organizzazioni non governative, parlamenti – tutti quegli interlocutori che si riconoscono, almeno in parte, in principi etici di portata universale.

Quando nel 1891 Leone XIII scrisse la Rerum Novarum – citata esplicitamente da Leone XIV come punto di partenza – quel documento ridefinì per decenni la questione del lavoro e del capitale nell’intero Occidente, ben oltre i confini della fede cattolica. Il concetto di “salario giusto”, i diritti dei lavoratori, il limite del profitto senza regole: tutto questo entrò nel dibattito politico e giuridico del Novecento con la forza che solo un documento di quella portata poteva dare.

La Magnifica Humanitas ambisce a fare qualcosa di analogo sul terreno della tecnologia digitale.

Pone al centro la dignità dell’essere umano come criterio fondamentale per orientare il progresso tecnico e valutarne le ricadute sociali, culturali e morali, richiamando i principi della dottrina sociale della Chiesa – bene comune, solidarietà, sussidiarietà – come strumenti di lettura della trasformazione in atto.

La domanda che attraversa il documento non è tecnica: è antropologica. Cosa significa essere umani quando macchine sempre più sofisticate partecipano a decisioni, produzione di conoscenza, organizzazione della vita sociale?

Il problema che l’enciclica mette a fuoco

Al paragrafo 5, Leone XIV osserva che oggi i principali motori dell’innovazione sono spesso attori privati transnazionali, più potenti di molti governi, e per questo il potere tecnologico è difficile da discernere, governare e orientare al bene comune. È un’osservazione che chiunque segua le vicende delle grandi piattaforme digitali riconoscerà immediatamente come vera, al di là di qualsiasi appartenenza religiosa.

Il documento denuncia con chiarezza un modello in cui la tecnologia si sviluppa non secondo criteri di utilità collettiva, ma secondo logiche di estrazione: dei dati, dell’attenzione, del comportamento. La tecnologia, scrive Leone XIV, si pone volentieri al servizio di una volontà di profitto senza limiti. I dati degli utenti, non possono essere venduti o concentrati nelle mani di pochi, perché sono frutto del contributo di molti.

È il concetto di “destinazione universale dei beni comuni” – storicamente applicato all’acqua, alla terra, all’ambiente – esteso per la prima volta alla tecnologia e all’accesso ad essa.

Al paragrafo 106, l’enciclica precisa che non basta invocare genericamente l’etica: servono quadri giuridici adeguati, vigilanza indipendente, educazione degli utenti, una politica che non abdichi al proprio compito. Se la politica abdica, il cambiamento viene governato solo da logiche tecnocratiche e da chi possiede dati, infrastrutture e capacità di calcolo.

Il codice non è neutro: Lessig e l’enciclica, la stessa intuizione

C’è un punto del documento che merita attenzione particolare, perché tocca qualcosa che la riflessione giuridica sul digitale conosce da un quarto di secolo. Nel 2000 il giurista di Harvard Lawrence Lessig pubblicò su Harvard Magazine un saggio breve e destinato a diventare fondativo: Code is Law.

La sua tesi era semplice e radicale: nel cyberspazio il codice software è il regolatore più potente di tutti. Non perché vieti o permetta nel senso delle leggi, ma perché determina cosa è possibile fare prima ancora di stabilire cosa è lecito fare. Una legge può essere violata; una restrizione architetturale no. Se il sistema non prevede un’opzione, quell’opzione non esiste. Chi scrive il codice esercita dunque un potere normativo equivalente a quello di un legislatore – ma senza le elezioni, senza i contrappesi democratici, senza la possibilità di essere rimosso dai cittadini.

L’enciclica arriva ventisei anni dopo e dice la stessa cosa in un’altra lingua: la tecnologia “assume il volto di chi la pensa, la finanzia, la regola, la usa” (n. 9). Le intenzioni entrano nel codice. Chi progetta, legifera – che lo sappia o no. E poiché legifera, porta una responsabilità che va riconosciuta come tale.

La Magnifica Humanitas va oltre Lessig – che descriveva un problema senza indicare una direzione – e chiede che quella responsabilità venga esercitata consapevolmente, secondo criteri etici espliciti. Chi progetta, chi addestra, chi autorizza, chi impiega deve poter rendere conto delle proprie scelte. La catena delle responsabilità deve restare identificabile e verificabile.

La corresponsabilità: perché riguarda tutti, non solo i grandi

Qui sta il punto che questo documento pone con più forza, e che lo distingue da qualsiasi regolamento o codice etico aziendale. Il problema dell’intelligenza artificiale non è solo un problema di governance dei giganti tecnologici. È un problema distribuito, che coinvolge ogni sviluppatore, ogni azienda, ogni operatore che costruisce strumenti digitali – a qualsiasi scala.

L’enciclica usa il termine corresponsabilità e riprende l’immagine biblica di Neemia: “a ciascuno il suo tratto di muro”. Non è retorica consolatoria. È un’affermazione precisa: la qualità dell’ecosistema digitale in cui viviamo dipende dalle scelte aggregate di milioni di operatori, non solo dalle politiche di tre o quattro aziende che controllano l’infrastruttura globale.

Un algoritmo progettato per massimizzare il tempo di permanenza su uno schermo, indipendentemente dall’effetto che produce sull’utente, e un algoritmo progettato per fornire informazioni utili nel minor tempo possibile sono due oggetti eticamente diversi prima ancora di essere scritti. La differenza sta nella funzione obiettivo – che appare una scelta tecnica ma è, nel senso più preciso, una scelta morale. Sta a chi progetta deciderla. E quella scelta, moltiplicata per milioni di prodotti digitali, determina che tipo di ambiente informativo e relazionale abitiamo.

L’enciclica chiede di far crescere la tecnica senza far regredire il cuore. L’umanità – magnifica e ferita, come recita il titolo – non deve essere sostituita né superata dalla tecnologia: può accogliere i progressi della tecnica per alleviare le sofferenze e aprire possibilità nuove, purché non rinneghi ciò che la rende se stessa, cioè la capacità di relazione e di amore.

Non è (solo) una questione di fede

La Magnifica Humanitas non è un documento che parla solo ai cattolici. Parla a chiunque utilizzi, sviluppi, finanzi o regoli tecnologia digitale. I suoi principi fondamentali – dignità della persona, bene comune, corresponsabilità, trasparenza del potere – non richiedono adesione religiosa per essere riconosciuti come validi. Sono principi che appartengono alla tradizione del diritto naturale e della filosofia politica occidentale, indipendentemente dalla loro origine teologica.

Quello che l’enciclica aggiunge, rispetto a qualsiasi documento tecnico o normativo, è una domanda che la regolazione non sa fare.

Padre Antonio Spadaro ha osservato su Repubblica che la mossa più profonda del documento non sta nella denuncia dei monopoli né nella richiesta di trasparenza degli algoritmi. Sta in una domanda che nessun white paper della Silicon Valley e nessun regolamento europeo hanno mai osato formulare: che cosa vogliamo davvero? Leone XIV cita Agostino – “due amori fecero due città” – e sposta l’intero dibattito dal piano tecnico al piano del desiderio. Prima ancora di chiedersi cosa fa la tecnologia, chiede verso cosa ci orienta. Chi decidiamo di essere mentre la costruiamo.

La domanda che da oggi è di tutti

Questo documento non obbliga a niente. Chiunque può ignorarlo. Ma avere oggi un’istituzione con questo peso – 1,7 miliardi di fedeli, una rete globale di istituzioni, una tradizione di pensiero sociale che ha già cambiato il mondo una volta – che pone ad alta voce la questione del desiderio e della responsabilità nella costruzione della tecnologia, cambia il contesto in cui tutti lavoriamo.

Cosa vogliamo – e cosa invece rifiutiamo – quando progettiamo i nostri strumenti? Quale futuro stiamo costruendo, e quale invece respingiamo, sia pure nel nostro piccolo, quando programmiamo?

La risposta è personale. La domanda, da oggi, è di tutti.


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