Immettere il fotovoltaico in rete utilizzando la connessione dell’idroelettrico quando questo produce di meno. Con questa tecnica l’Italia potrebbe immettere in rete ogni anno 7 sette gigawatt di rinnovabili in più, pronti a entrare in funzione prima e a costi di rete più bassi, senza costruire un metro di linea nuova. Ma il governo deve scriverlo in leggi e regolamenti attuativi e per ora non ve n’è traccia.

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È mattina in una qualunque centrale idroelettrica italiana. Le regole del sistema elettrico prevedono che impianti come questo diano il massimo dell’energia all’alba e al tramonto, quando le case si accendono e la domanda di corrente tocca i suoi picchi. Poi, per tutte le ore in mezzo, la centrale rallenta: turbina poco, trattiene l’acqua, procede al minimo come da programma. Eppure il suo collegamento alla rete, quel cavo che ha “prenotato” è un posto prezioso nell’autostrada elettrica nazionale, ma resta lì, occupato ma inutilizzato. È un buco nella fornitura di energia: capacità di trasporto pagata e non utilizzata.

Ora immaginiamo che, proprio quando l’idroelettrico abbassa la potenza, entri in gioco una seconda centrale, questa volta fotovoltaica, che sfrutta lo stesso accesso alla rete e comincia a pompare energia.

Le due fonti non si pestano i piedi: il sole, al contrario dell’acqua, dà il meglio di sé proprio nelle ore centrali della giornata, quelle che l’idroelettrico lascia scoperte. Il cavo torna a lavorare a pieno, ma con una corrente diversa.

Questo meccanismo di staffetta si chiama ibridazione, ed è probabilmente la leva più sottovalutata della transizione energetica: se l’Italia lo applicasse ai suoi impianti idroelettrici, otterrebbe energia pulita in più per un valore di circa un miliardo di euro l’anno.

Collegare il fotovoltaico all’idroelettrico

Quanto vale l’ibridazione? Secondo l’analisi del think tank Ember gli impianti idroelettrici europei idonei all’ibridazione utilizzano in media appena il 19% della loro capacità, un fattore di carico bassissimo, che lascia enormi margini liberi.

Aggiungendo il fotovoltaico, l’uso di quella connessione sale in media al 31%; se a questa aggiungiamo anche l’eolico, si arriva al 36%.
I vantaggi per il sistema Paese, sono notevoli. Energia pulita in più senza attendere che la rete venga potenziata. Nessun nuovo consumo di suolo, soprattutto quando il fotovoltaico è galleggiante e viene installato direttamente sullo specchio d’acqua di un bacino, come nell’impianto di Lazer in Francia, dove cinquantamila pannelli sono stati posati sull’invaso di una diga esistente.

L’Italia, in piccolo, ci sta già provando. In Piemonte il Gruppo Enel ha “solarizzato” due centrali idroelettriche. Una sta a Venaus, in Val di Susa, con un impianto fotovoltaico galleggiante sul bacino di servizio, cresciuto da 1 a 2 megawatt tra il 2023 e il 2024, che alimenta anche un sistema per rimuovere i sedimenti dal fondale senza dover svuotare l’invaso. L’altra centrale, a Narzole, nelle Langhe, contiene moduli fotovoltaici stesi a coprire i canali di una centrale attiva dal 1946.

Sono progetti dimostrativi, di taglia piccolissima rispetto ai numeri di cui parla Ember, qualche megawatt contro i gigawatt del potenziale, e in parte servono i bisogni dell’impianto stesso più che l’immissione di grandi volumi in rete.

Ma l’ibridazione di cui parla il rapporto Ember va oltre la solarizzazione dell’idroelettrico. Si parla di mettere in collegamento centrali diverse, anche a distanze notevoli, ma utilizzando un accesso unico, che è il modo per non dover ampliare la rete.

Centrale elettrica Enel di Venaus in Piemonte, che utilizza sia idroelettrico che solare. Non si tratta di ibridazione in senso stretto, è una solarizzazione dell’idroelettrico, ma è un primo passo nella logica dell’alternanza tra fonti energetiche distanti tra loro.

Come funziona l’ibridazione

Da qui al 2030 esiste un deficit di oltre 120 gigawatt tra la capacità della rete elettrica e la crescita di rinnovabili attesa: molti impianti pronti restano bloccati in coda, in attesa di un allacciamento che la rete non riesce a concedere.

Di fronte a questo ingorgo ci sono due strade. La prima, la più ovvia, è costruire nuova rete: necessaria, ma lenta e costosissima, con tempi che si misurano in anni se non in decenni.

La seconda è usare meglio quella che già esiste, spremere i cavi, per dirla senza giri di parole.

Ed è qui che l’ibridazione mostra il suo valore: Ember calcola che, agganciando eolico e solare dietro il contatore delle centrali idroelettriche di Austria, Bulgaria, Francia, Italia, Portogallo, Romania e Spagna, si potrebbero integrare 25 gigawatt di nuove rinnovabili senza toccare la rete. Il 18% di tutta la nuova capacità attesa al 2030, senza un metro di linea in più.

L’Italia, in questo quadro, è la protagonista. È infatti il Paese con il potenziale assoluto più alto dei sette paesi: con l’ibridazione può produrre 7 gigawatt, davanti ad Austria e Francia. Il 41% del nostro parco idroelettrico è giudicato idoneo all’ibridazione, un valore che condividiamo con l’Austria, in cima alla classifica..

Quanto vale, in denaro, tutto questo? Una stima prudente sette gigawatt di fotovoltaico producono in Italia, a seconda della latitudine, tra 8 e 11 terawattora l’anno; al prezzo medio all’ingrosso del 2025, circa 116 euro a megawattora, significa un valore di mercato dell’ordine di un miliardo di euro l’anno, che si ripeterebbe per i venticinque o trent’anni di vita degli impianti (al netto del costo di costruzione degli impianti e l’effetto di autodepressione del prezzo che il fotovoltaico esercita nelle ore in cui produce).

Ma il vantaggio dell’ibridazione è semmai un altro: i costi di rete che si evitano, un allacciamento riusato anziché costruito, che secondo gli operatori del settore può dimezzare la spesa di connessione e gli anni di anticipo con cui i progetti entrano in funzione, invece di restare in coda. Denaro che non si spende in nuove infrastrutture e che non finisce nelle bollette di tutti.

L’ibridazione è economia circolare

Si chiama cable pooling, condivisione del cavo: due tecnologie diverse dietro un unico punto di connessione, con la sola regola che la loro immissione combinata non superi mai il limite autorizzato. Non è la semplice vicinanza di due impianti, ma una condivisione vera dell’infrastruttura, in cui le fonti si coordinano e si completano.

Guardata da qui, l’ibridazione è economia circolare applicata alla rete elettrica. È il riuso di una capacità già installata e per gran parte del tempo ferma, invece della costruzione di qualcosa di nuovo. È il suolo che non si consuma, il rame e l’acciaio di nuove linee e sottostazioni che non servono, la vita utile di un asset esistente, l’idroelettrico, il più antico del nostro parco rinnovabile, che si allunga e si valorizza.

La logica lineare dice “la rete è satura, costruiamone un’altra”. La logica circolare risponde “prima usiamo davvero quella che abbiamo”. È circolarità dell’infrastruttura, ed è esattamente il terreno su cui l’Italia dovrebbe correre.

Ma l’Italia è pronta?

E qui arriva la sorpresa, che è anche il paradosso più fastidioso della vicenda. Il Paese con il tesoro più grande d’Europa è tra quelli meno attrezzati a spenderlo. Dei sette Paesi analizzati da Ember, solo due, Spagna e Portogallo, si sono dotati di una normativa dedicata ai progetti ibridi, con regole chiare su diritti di connessione, allocazione della capacità e procedure autorizzative. L’Italia no.

Il punto più delicato è che stiamo riscrivendo le regole delle connessioni proprio in questi mesi, e l’ibridazione non sembra essere sul tavolo. La riforma contro la cosiddetta “saturazione virtuale”, il fenomeno per cui migliaia di progetti mai realizzati occupano sulla carta capacità di rete che altri non possono usare, sta sostituendo il vecchio criterio del first come, first served, in cui contava solo l’ordine di arrivo della domanda, con il first permitted, first connected, che dà la precedenza a chi ha già ottenuto le autorizzazioni.

È un passo avanti importante per smaltire i progetti fantasma. Ma il decreto attuativo, nella sua articolazione, non prevede un regime specifico per gli impianti ibridi. E, come ricorda un esperto del settore come Giovanni Battista Zorzoli, le regole attuali di fatto impediscono di avviare progetti ibridi persino in via sperimentale, in attesa che l’Autorità di regolazione emani le prescrizioni necessarie.

Cosa manca, in concreto? Una normativa dedicata che dia certezza giuridica agli investitori. Una corsia preferenziale nelle autorizzazioni, giustificata dal fatto che un progetto ibrido ha impatto trascurabile sulla rete perché usa una connessione che già esiste. L’alleggerimento o l’esonero dello screening ambientale quando il secondo impianto resta dentro il perimetro di quello esistente, come già avviene in Spagna e Portogallo. La possibilità di ammettere una certa sovracapacità, installare, poniamo, un solare da 300 megawatt su una connessione idroelettrica da 200, sfruttando il fatto che il fotovoltaico raramente produce al massimo, purché l’immissione combinata non sfori mai il limite. E infine l’inserimento degli ibridi nelle zone di accelerazione delle rinnovabili.

La fotografia, alla fine, è quella di un Paese seduto sul più grande giacimento europeo di questo tipo, con la chiave ancora da girare. Sette gigawatt di rinnovabili pulite pronte a entrare in rete senza costruire nulla, e una cornice normativa che non le riconosce.

Spagna e il Portogallo lo hanno capito e hanno legiferato; l’Europa indica la strada. All’Italia, che il potenziale ce l’ha più grande di tutti, resta la parte in apparenza più facile e in realtà più difficile: decidere di mettere nero su bianco l’ibridazione energetica. Circolare.


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