Nel video, Roberto Vannacci indossa la divisa. Ferma una donna che sta per abortire e la schiaffeggia. In un altro pesta un immigrato. In un altro ancora strappa il passaporto a delle ragazze dirette a Ibiza, perché le vacanze si fanno in Italia. Lo schema è sempre lo stesso: il generale in uniforme, un “problema da risolvere” – una donna che decide del proprio corpo, uno straniero, una ragazza che “sgarra” – e la soluzione vannacciana: menare le mani.

Si, d’accordo, quei video non li ha fatti Vannacci. Generati con AI, sono diffusi da un account troll, e nemmeno condivisi dagli account ufficiali del partito. E chi li confeziona si ripara dietro lo scudo della satira.
Il fatto è che quei video non solo fanno engagement per lo più positivo ma riproducono una sorta di orizzonte desiderato: Vannacci non ha (ancora) preso a schiaffi nessuno, ma quei video mostrano quello che i suoi sostenitori sognano che faccia, e che applaudono quando lo vedono fare.
E cioè, un maschio in divisa che rimette in riga donne e stranieri a suon di schiaffi: non è la cronaca di un gesto ma è il desiderio di un pubblico, messo in scena da qualcuno che quel desiderio lo conosce bene.
Il falso funziona perché dice la verità sul suo spettatore. La fantasia, qui, è una sorta di confessione.
Il programma di Futuro Nazionale
Ora, certo, si può archiviare questa tragica carrellata di video di “Vannacci mena qualcuno”, come una sorta di folklore digitale, se però quell’immaginario restasse confinato nei deepfake. Ma non ci resta. Anzi, lo si ritrova, in prosa e con tanto di firma, nella “Base ideologica e programmatica” che Futuro Nazionale ha pubblicato, in due parti su tre (al momento in cui scrivo la terza deve ancora uscire), l’11 e il 24 agosto.
Ma bastano le due parti a dirci in che direzione vuole andare Futuro Nazionale. E quanto di questo percorso da fare assomigli in larga parte a quello che immaginano i sostenitori dell’integralismo islamico.
Vediamo. Nel documento troviamo la promozione esplicita di un “patriarcato mediterraneo”. Dentro queste termine vanno la natalità eretta a dovere, con incentivi alle giovani coppie italiane che crescono a ogni figlio nato. Il no all’aborto, definito senza mezzi termini un “non-diritto”, mentre la vita umana è blindata “dal concepimento alla morte naturale” il che comprende anche il no assoluto all’eutanasia, al fine vita, al suicidio assistito.
E naturalmente c’è la proposta di abolire il reato di femminicidio con l’argomento che “l’omicidio è già punito e nel codice ci sono tutte le aggravanti che servono, da quella conuge vittima, a quello dei motivi abietti e futili”. Il fatto che il reato nasca da una precisa impostazione culturale maschilista, retrograda e abietta – in un paese che ha faticato tantissimo per abolire la fattispecie attenuante del “delitto d’onore” – non sembra impressionare Vannacci e company: è omicidio e tanto basta.
C’è poi il no alle unioni civili e la volontà di tenere i contenuti “genderisti e omosessualisti” fuori dalla televisione negli orari visibili ai minori, con sanzioni che arriverebbero fino alla sospensione della licenza.
E poi c’è la scuola: ore scolastiche da dedicare moduli di “educazione alla difesa e alla sicurezza nazionale” nelle superiori, pensati per avvicinare alla carriera militare “i migliori giovani con i caratteri adeguati”, più campi volontari di formazione militare “con valenza civica”.
A questo punto non serve evocare fantasmi. Il fantasma è già nel testo.
La militarizzazione della gioventù, i campi di formazione, l’educazione militare a scuola non sono un’analogia con il fascismo storico, né costituiscono solo riferimenti generici o semplici citazioni: si tratta della stessa ingegneria sociale e politica.
All’epoca era l’Opera Nazionale Balilla e la Gioventù Italiana del Littorio, la fabbrica statale dell’uomo nuovo. Oggi sono “i migliori giovani con i caratteri adeguati”. Non si cita il passato: lo si sta riproponendo, dalle fondamenta.
Integralismo islamico e fascismo
Tutto questo che ha a che fare con l’integralismo islamico? Ci sono molte similitudini. In molti punti l’immaginario di Vannacci incontra, sorprendentemente, il suo nemico dichiarato. Perché ciò che quel manifesto condivide con l’integralismo islamico, non è un dettaglio o una coincidenza.
È la struttura.
Il nucleo principale è la stessa antropologia: il maschio che disciplina, l’idea che l’individuo non abbia diritti opponibili alla comunità, la pretesa di plasmare i corpi e le coscienze in nome di una purezza da difendere. Non saranno lo stesso animale. Ma sono due specie dello stesso genere.
Anzitutto la donna. Intesa come funzione. Nell’integralismo il corpo femminile è proprietà regoalmentata della comunità: velo, tutela maschile, ruolo domestico, funzione riproduttiva.
Nel manifesto di Futuro Nazionale la stessa sostanza cambia solo lessico: “patriarcato mediterraneo”, natalità come servizio alla nazione, e la depenalizzazione di fatto del femminicidio, che sottrae protezione proprio là dove il possesso maschile diventa omicida.
In entrambi i casi la donna non è un individuo con diritti propri, ma una funzione del corpo sociale.
La vita e la morte come proprietà della comunità. La bioetica della sharia toglie all’individuo la disponibilità del proprio inizio e della propria fine. Il “dal concepimento alla morte naturale” del manifesto vannacciano fa esattamente lo stesso: non sei tu a decidere di abortire, non sei tu a decidere di morire. A decidere è un ordine superiore: Dio in un caso, “la natura” nell’altro, di cui lo Stato si fa braccio.
Il diverso sessuale da espellere dallo spazio pubblico. L’integralismo criminalizza l’omosessualità, fino alla pena capitale nei regimi più estremi. Futuro Nazionale non arriva lì, ovviamente: ma il no alle unioni civili, la stretta sulla transizione di genere dei minori e la volontà di togliere i contenuti Lgbt dai media condividono la direzione: il diverso sessuale come contaminazione da rimuovere dalla vista, dalla legge, dallo spazio comune.
L’educazione come fabbrica. La madrassa, la scuola ideologico-religiosa islamica forma il credente. La scuola militarizzata, con i suoi moduli di difesa e i suoi campi, e la riforma che enfatizza “le radici del popolo”, forma il soldato-patriota. In entrambi i modelli l’istruzione non serve a rendere liberi gli individui, ma a riprodurre l’ortodossia.
La libertà d’espressione asimmetrica. È il punto forse più simbolico. Il manifesto di Futuro Nazionale rivendica che “le idee non si processano”, opponendosi ai reati d’opinione e alle norme sull’odio. Sembra una posizione libertaria. Poi, però, chiede la censura dei contenuti Lgbt in televisione. Non è una contraddizione: è una regola coerente e asimmetrica, del tutto coerente con l’integralismo islamico. Mano libera per il proprio discorso ortodosso, bavaglio per quello dell’altro. Esattamente la logica della legge sulla blasfemia in un regime integralista: l’ortodossia parla senza limiti, il deviante viene zittito. La libertà è un privilegio concesso a chi appartiene, non un diritto di tutti.
E poi c’è il dissenso politico. Su questo terreno esiste un video che Vannacci ha davvero rilanciato dai propri profili: quello in cui, generato con l’AI e vestito da imperatore romano, decreta col pollice verso l’esecuzione di Elly Schlein, Giuseppe Conte, Romano Prodi e Laura Boldrini.

Non è repressione in atto, è spettacolo iperbolico, è una forzatura equipararlo alla forca vera dei regimi teocratici? Sicuramente. Ma è il sintomo di una cultura politica che mette in scena l’eliminazione del nemico come intrattenimento, e la normalizza. Non è criminalizzazione del dissenso. Ma ne prepara il terreno per la sua accettazione.
La polizia della purezza
E a proposito di preparazione del terreno. C’è una figura che i mondi integralismo islamico-fascismo si scambiano quasi identica: il custode autonominato del decoro comune.
Nel mondo integralista è la polizia religiosa, i Guardiani della Rivoluzione in Iran, che pattugliano strade e comportamenti per imporre la virtù.
Da noi è lo “sceriffo” identitario è nel “volenteroso patriota” che gira con la telecamera e si fa giustizia da sé, come il militante di Futuro Nazionale che a luglio, a San Benedetto del Tronto, ha pestato un uomo in strada e ha postato il video, o come le “ronde” che alcuni gruppi organizzano contro i ragazzi di origine straniera, come gli influencer fascisti autonominatosi custodi della tradizione che camminano sui tappeti della preghiera di immigrati musulmani mentre pregano su spazi pubblici (in assenza di luoghi consoni come le moschee alla cui costruzione gli stessi “patrioti” si oppogono.
(Che poi: nei parchi no, nelle moschee no, dove questa gente dovrebbe pregare non si sa, probabilmente a casa loro, e a basso volume per non disturbare la visione di programmi televisivi identitari).
Questa gentaglia che va in giro a fare le ronde social non sono vigilantes che poi filmano: sono creatori di contenuti la cui merce è l’aggressione al diverso. La ronda esiste per il video, non il video per la ronda.
E i loro contenuti realizzano la fantasia del generale che mena le mani, di cui all’inizio di questo articolo, il maschio che disciplina menando le mani, che scende dallo schermo e si fa carne.

Chi resta schiacciato nei due integralismi
Chi resta fuori da questi due integralismi? L’operaio bengalese che stacca dalla fabbrica, prega in pausa pranzo in un parco (perché non ha una moschea dove pregare) e la sera torna a casa non è l’integralista. È l’esatto contrario: è un cittadino che lavora, paga tasse e contributi, e chiede solo di poter vivere la propria fede senza disturbare nessuno.
Confonderlo con l’islam radicale è precisamente la benzina del nativismo fascista, la sua operazione fondamentale.
Anche il predicatore islamico radicale si rifiuta di vedere in quell’uomo un individuo: pretende di parlare a nome di tutti i musulmani e lo vorrebbe soldato della umma in una guerra tra Islam e Occidente. Dove il nativista gli dice “tu sei il nemico”, l’integralista gli dice “tu sei dei nostri, devi combattere con noi”.
Il primo lo vuole bersaglio, il secondo lo vuole arma: ma entrambi hanno bisogno che smetta di essere una persona per diventare il pezzo di un collettivo in guerra. Quell’uomo, che chiedeva solo di lavorare e pregare, è la prima vittima di tutti e due, aggredito come nemico da una parte, arruolato come ostaggio dall’altra. Nessuno dei due lo lascia essere semplicemente ciò che è: una persona.
Uno scontro tra chi comanda
Non è, allora, uno scontro di civiltà. È lo scontro tra due integralismi che si contendono lo stesso territorio, ciascuno specchio dell’altro, in lite non sui principi ma su quale Dio e quale maschio debba comandare. Si detestano come si detestano i fratelli che si somigliano troppo: perché l’uno mostra all’altro ciò che è.
La frattura vera vera non passa dove la disegnano loro, tra Islam e Occidente. Passa altrove, e taglia dentro tutti e due i campi: da una parte la società aperta, dall’altra la società chiusa.
Da un lato ci sono l’operaio bengalese che prega in pausa pranzo e il cittadino italiano che non vuole nessuno sceriffo a decidere per lui; sono la stessa parte.
Dall’altro ci sono l’imam integralista e il generale che sogna il patriarcato per legge; e anche loro, che lo ammettano o no, sono la stessa parte.
La lotta contro l’integralismo islamico è sacrosanta. Ma non la conduce chi ne è la copia con la bandiera diversa. La conduce chi difende, per tutti, per l’italiano e per il bengalese, per la donna e per l’omosessuale, per il credente e per il miscredente, quei diritti individuali che i due integralismi, allo specchio, disprezzano nello stesso identico modo.
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