(articolo aggiornato il 29/01/21)

In un precedente articolo mi sono occupato del fenomeno degli avvisi di violazione del copyright da parte di società specializzate, che offrono ai fotografi i servizi di ricerca, assistenza e tutela legale per le loro foto pubblicate senza permesso e licenza nei siti web di tutto il mondo.

La tecnologia avanza in ogni settore e anche quello legale non è da meno. Si parte da uno scenario noto a chiunque: dalla nascita di Internet e dei siti web, il fenomeno delle foto prese incautamente dalla rete e pubblicate in ogni dove, con spregio del copyright, ha generato conseguenze devastanti per i fotografi professionisti che hanno visto le loro foto pubblicate dovunque e i loro ricavi precipitare verso lo zero.

Grazie alla tecnologia, il panorama negli ultimi anni, si è completamente rovesciato. Ora ad essere inseguiti sono i possessori e publisher di foto che si vedono raggiunti da agenzie specializzate, che tramite software altamente performanti, sono in grado di rintracciare in tempo praticamente reale, tutte le corrispondenze fotografiche a partire da un originale, setacciando il web, i social, i documenti pdf e word, insomma tutto quello che sia online e che contenga una fotografia.

La notizia è fenomenale e c’è da gioire per i nostri colleghi fotografi che da oggi hanno uno strumento – e che strumento – in grado di resuscitare un mercato che si era praticamente spento. Andrebbe quindi tutto bene, se non fosse chi ha pensato di applicare la tecnologia e la tutela del copyright ad un modello di business online, basato su precise tecniche dei business online, e con l’aggressività e le metodiche tipiche dei business online.

Parliamo cioè di queste agenzie di servizi legal tech come Photoclaim, PicRights, Copytrack, Ryde e altre che sono sorte o che, fiutato il business, stanno nascendo in tutto il mondo, che offrono ai fotografi (ma in pratica a chiunque si iscriva al loro servizio) non solo di rintracciare le foto, ma anche di occuparsi della riscossione di compensi e danni. E di farlo su scala europea e mondiale.

Photography defender copyright email intimidatoria

E qui nasce un primo conflitto, tra l’esigenza del fotografo di vedersi riconosciuto, quando è il caso, il legittimo compenso per l’utilizzo di una immagine e l’esigenza di queste legal tech companies di fare profitti crescenti, con metodi scalabili, ovvero non solo sufficienti a gestire tutto il business, ma anche ad espandersi worldwide per remunerare in modo crescente i creatori del sistema, come in tutte le startup e i business online, con il mantra assoluto di massimizzare i margini di ricavo, minimizzando i costi.

Come ho già raccontato partendo da una esperienza personale e parlando con i responsabili di una di queste agenzie e poi imbattendomi in centinaia di segnalazioni analoghe, ho potuto rendermi conto come queste legal tech companies gestiscano questo servizio in maniera spregiudicata, invasiva e scalabile, inviando migliaia di email di avvisi di copyright infringement, a tutti coloro che vengono individuati dal loro software come possessori di una corrispondenza fotografica, più che sufficiente,per loro per far partire un avviso di violazione con richiesta di compenso e danni, senza alcun altra forma di valutazione sul caso.

Senza riportare qui l’intera legge sul diritto d’autore in vigore in Italia, la 663/41 basti solo ricordare che la legge italiana distingue tra “fotografie semplici” e “opere fotografiche” attribuendo alle due fattispecie forme e intensità di tutela diverse. Ad esempio nel caso delle fotografia semplici ovvero mere riproduzioni di luoghi e situazioni pubblici, è l’autore delle foto a dover dimostrare la malafede di chi l’ha pubblicata intenzionalmente e che in mancanza, la riproduzione si intende legittima e l’autore ha diritto solo ad un equo compenso, escluso qualsiasi danno.

Questa e altre valutazioni per singolo caso vengono saltate a pie’ pari da queste agenzie e dagli avvocati che lavorano per esse, per arrivare ad un’unica e sola contestazione: illecito sicuro e danni rilevantissimi.

Il metodo corrisponde perfettamente all’idea di business scalabile: se per realizzarlo è necessario disporre di migliaia di input (bersagli) a cui rivolgersi, il software risponde perfettamente allo scopo, trovando presunti trasgressori in una prateria vasta quanto l’Unione Europea.

A questo punto una schiera di avvocati sparsi in vari paesi e a loro volta organizzati per gestire un traffico ingente nei server di posta in uscita, fa partire tonnellate di email tutte uguali in tutto il mondo, migliaia di avvisi di violazione di copyright e pretendendo cifre ingenti, motivate in un inglese bellico, citando sentenze in tedesco, richiamando giurisprudenze rumene o polacche, aggiungendo spese legali calcolate in modo oscuro e soprattutto fissando termini di pagamento immediati, una settimana o giù di lì.

Immaginate voi la reazione di chi riceva – e solo in Italia sono migliaia – una mail del genere. Molti ignorano (sbagliando perché ancora non lo sanno, ma sono entrati in un giro nel quale continueranno ad essere bersagliati, proprio come nelle regole del business online). Altri rispondono, negando l’addebito, fornendo motivazioni, argomentando spiegazioni, citando questo e quel fatto che li esimerebbe dalla responsabilità. Ma scopriranno presto che contestare le pretese adducendo le proprie ragioni di merito non serve a niente: nelle repliche che si riceveranno, si vedranno esibite le stesse identiche accuse, nella stessa prosa bellica, della prima mail, come se dall’altra parte non ci fosse un umano – ancora prima di un professionista – che legge, ma una specie di bot, un algoritmo istruito a rispondere solo in quel senso. “Paga”.

Puoi dire anche che le foto te le ha date il fotografo in persona, o le hai trovate sul Sinai con precise indicazioni scolpite sulla pietra per diffonderle, per vedere se almeno l’ironia viene percepita. Non viene percepita. Quello che leggerai è sempre e soltanto una risposta di questo tenore: ho ragione io. Con una sfilza di link di sentenze dei tribunali di tutto il mondo, ovviamente preimpostata. Qualcuno ha provato a far rispondere da un avvocato. L’unico risultato differente è la prima riga: “Caro collega”, invece di “Caro Mr o madame”.

photography defender mail

E se non paghi? La minaccia è ancora più inquietante. “Ci vediamo in tribunale”. Ma non in un tribunale italiano, nel caso in cui il ricevente sia residente in Italia. Ma in Germania. Oppure in Polonia. O in Svezia, Francia, Lussemburgo, dove ci pare. E non è fantascienza sai. E’ possibile.

Tra le tante sentenze, leggi, regolamenti, protocolli e quant’altro, si trova un link ad una sentenza della Corte di giustizia europea che ha statuito questa possibilità, decidendo su un caso di specie.

In pratica, secondo questa sentenza di qualche anno fa, un danneggiato può fare causa ad un presunto danneggiatore nel tribunale che desidera. Attenzione, nemmeno il tribunale dove si è residenti, ma in uno qualunque, a scelta all’interno dell’Unione Europea, limitatamente ai danni causati in quel paese. Cioè in pratica, un tedesco può andare in Svezia e da lì fare causa ad un italiano. Leggete la sentenza. Dice proprio questo.

Come è possibile? Si spiega in questo modo. La sentenza nasce dall’esigenza di tutelare danneggiati da vendite di beni coperti da diritto d’autore e diffusi in un determinato paese in modo fraudolento. Pensiamo a chi ad esempio dovesse stampare dei cd musicali senza autorizzazione e distribuirli, poniamo, in Germania. Il danneggiato, poniamo italiano, che vedendo che in Germania quelle vendite fraudolente hanno ottenuto profitti ingenti, dovrebbe, secondo le regole precedenti, costituirsi in Germania per far valere i suoi diritti. E questo magari sarebbe ingiusto. Per cui la Corte, per “agevolare i consumatori frodati” ha autorizzato chiunque a costituirsi in qualsiasi tribunale dell’Unione, con la limitazione, ovvia, del limite dei danni ricevuti in quel paese.

Con questa sentenza, gli sceriffi del copyright sono andati a nozze. Per loro, il limite dei danni non esiste, in quanto una fotografia non solo è visibile dovunque ci sia una connessione internet, ma non essendo un cd venduto, non ha uno storico di vendite, non ha delle entrate da analizzare, è solo una foto. Ma agli sceriffi non interessa calcolare un profitto preciso, ma solo il possesso, che basta ed avanza per chiedere i danni. A loro interessa solo la giurisdizione. La possibilità di fare causa dovunque vogliano, con le leggi, le tariffe, le norme più restrittive o più comode per l’avvocato che attacca.

Una falla enorme, uno spazio vastissimo nella sentenza che apre la strada ad ogni genere di avventuriero temerario, a cui per rispondere a tono, bisogna comunque necessariamente costituirsi in giudizio. Fino a quel momento lui può minacciare senza timore.

L’accoppiata micidiale, o il combinato disposto tra software di ricerca, avvocati trasformati in algoritmi e sentenze che autorizzano qualsiasi giurisdizione hanno prodotto un mostro che si chiama Agenzie di riscossione per violazioni di copyright. Che oltretutto si fregiano, nella loro attività, di “ristabilire la legalità sottratta ai fotografi”.

I casi che seguono, sono stati a me segnalati da persone destinatarie di avvisi di violazione di copyright (per ognuno di questi ho copia della documentazione fornitami dalle stesse persone che sono state attaccate).

Il caso dell’ente turistico londinese

Enrico Montanari è il gestore del sito IlTurista.info. “La storia inizia nel 2018, a settembre riceviamo da Copytrack una mail di violazione per una immagine sul nostro sito, immagine regolarmente scaricate dall’ente di promozione turistica di Londra (Visitlondon.com, che fa parte di London & Partners, l’agenzia ufficiale turistica, l’equivalente del nostro ente del turismo) che consente, previa registrazione, di scaricare e utilizzare le immagini per contenuti inerenti. Ricevuta la contestazione, rispondiamo esibendo origine delle immagini e regolare autorizzazione all’utilizzo. Copytrack in un primo momento dice tutto ok, avete la licenza, siete a posto, ma nello stesso tempo ci avvisano che stanno per arrivare altre contestazioni per altre immagini, sempre scaricate dallo stesso sito. Come se chi si occupasse della ricerca delle immagini non comunicasse con chi gestisce i rapporti con le persone accusate di violazioni. In una mail una impiegata ci scrive: “cercherò di parlare con i miei colleghi”. Comunque, arrivano le contestazioni e rispondiamo a tutte e pare tutto risolto. Ma all’inizio del 2020, ricomincia tutto da capo, contestazioni per le stesse immagini. Rispondiamo molto innervositi che andare a ripescare vecchie licenze già esibite comporta tempo e denaro, ma comunque lo facciamo. La risposta ha dell’incredibile. Il fotografo danneggiato loro cliente, pare stia litigando per conto suo con l’ente del turismo londinese, e l’ente del turismo intanto pare voglia dargli ragione e si dimostra responsabile, ma proponendo un risarcimento di 5.000 euro. Cifra considerata insufficiente per cui il fotografo ha deciso di rivalersi sui download dei terzi. E ora l’agenzia ci accusa di violazioni di copyright per oltre diecimila euro, per delle foto che ci erano state autorizzate preventivamente dall’ente turismo. Siamo stati costretti a prendere un avvocato”.

Il Feed Rss

Simone Sigolo ha un sito – che oggi non è più online “Mi hanno fatto passare la voglia”, dice – con una pagina dove riceve in automatico contenuti da un feed rss, ovvero un servizio di veicolazione automatica di contenuti. “Ricevo una contestazione dall’avvocato Fechner e da Photoclaim per una foto all’interno di un articolo del Corriere della Sera, veicolata sul mio sito proprio tramite il feed. Quando leggo la lettera non so neanche di che stanno parlando. Poi capisco. Faccio presente che il contenuto non è il mio, è un feed social, ce l’ho io come altri centinaia di iscritti al feed. La reazione? Come se non avessi detto nulla. Vogliono 500 euro + 500 per “mancata menzione dell’autore”, più spese legali totale 1600 euro. Siamo oltre l’assurdo. Ovviamente sto contestando tramite avvocato”. Come avverte Wikipedia: “A volte, erroneamente, si assimila il feed al contenuto stesso”. Vallo a dire al robot.

I Francescani e l’evento caritatevole

Una parrocchia di frati francescani di Ferrara riceve l’avviso da Pic Rights per l’utilizzo di una immagine comparsa all’interno di una locandina che annunciava l’incontro da lì a qualche giorno con un giornalista di ritorno dall’Iraq che avrebbe parlato dell’attività delle missioni cattoliche in quel paese martoriato. La locandina, amatoriale e fatta in casa dagli stessi frati, appare per pochi giorni sul sito della parrocchia per poi entrare a far parte dell’archivio che però resta online. Non sfugge al software cacciatore di immagini. Il conto per la parrocchia è di 574 euro. “Il webmaster del nostro website parrocchiale – dice il frate che non vuole essere nominato perché “non vorrebbe peggiorare le cose” – ha contattato Pic Rights precisando che siamo una piccola parrocchia, senza scopo di lucro. Pic Rights ha risposto che è disposta a dimezzare la multa (50%) purché paghiamo entro pochi giorni. Non sappiamo davvero che fare, siamo una onlus, non un sito commerciale”.

La violazione del Cease and desist

Il Cease and desist è un documento che l’avvocato tedesco Robert Fechner, che collabora con l’agenzia Photoclaim, invia regolarmente assieme alla prima email di contestazione e fa parte dei documenti da firmare per chi riconosce la colpa e intende pagare. E’ ovviamente un documento capestro, nel senso che non è illegale ma è tutto schierato da una parte, come è d’uso con gli avvocati in sede di contestazione. Con quel documento si ammette la piena colpa, si riconoscono come vere tutte le pretese, si accetta, in caso di lite legale, leggi e giurisdizione tedesca e soprattutto si accetta di sottostare a tutte le penali e norme che secondo la legge e la giurisprudenza tedesca comporta la violazione dell’accordo. E’ un documento che anche in caso di accordo, non si dovrebbe mai firmare, preferendo scrivere una bozza di accordo tramite il proprio avvocato.
Eric Pichelingat è un grafico pubblicitario francese che vive e lavora a Roma: “Ho ricevuto una contestazione per una immagine pubblicata su un modello pubblicitario che avevo realizzato per un cliente. Come spesso si fa nel mio lavoro, si utilizzano le migliori immagini nelle fasi di lavorazione, poi quando il lavoro è approvato, si comprano quelle immagini, oppure se ne mettono altre. In questo caso si è trattato di un mio errore: la foto utilizzata faceva parte di una serie di messaggi ma non doveva essere pubblicata. Però l’errore l’ho fatto io e ovviamente ne rispondo. Mi hanno chiesto 4 mila euro. Ho riconosciuto la mia colpa, e ho affrontato la controversia in modo amichevole offrendo un risarcimento di 2 mila euro che hanno accettato. Ho firmato quindi il Cease and desist su cui l’avvocato insisteva particolarmente dicendo che dovevo sia versare i soldi sia firmare il documento. Dopo tre mesi appena dall’accordo e dal versamento, l’avvocato è tornato all’attacco sostenendo che avevo violato il contratto di “Cessate e desistete” che mi avevano fatto firmare, perché avevano trovato la foto in questione sul mio sito. Naturalmente io avevo annullato la pubblicazione della foto in questione, ma poiché era ancora nelle directory privata del mio sito, il loro robot l’ha trovata assimilando la sua memorizzazione a una pubblicazione, anche se i miei file sono protetti, quindi inaccessibili a chi non conosce l’URL esatto. Per questa violazione mi hanno chiesto 6.000 euro per non andare in tribunale, adducendo che le leggi tedesche – che io ho accettato firmando quel documento – sono molto restrittive in materia di violazioni di accordi. Ho assunto un avvocato e sto contestando”.

La foto creative commons non più creative commons

Il giornalista Giorgio Nadali ha ricevuto una contestazione da Pic Rights per una immagine definita di proprietà di un archivio fotografico ma che in realtà figurava in licenza Creative Commons su Wikimedia a questo link, che ho fatto in tempo a consultare prima che Wikimedia, che aveva ricevuto la richiesta di spiegazioni da Nadali, la cancellasse dal proprio archivio. La Creative Commons di quella foto comprendeva anche l’utilizzo commerciale. Evidentemente l’autore dell’immagine l’aveva concessa in licenza e poi ci ha ripensato, iscrivendosi a uno di questi servizi. Intanto l’immagine è ancora circolante in più di duecento siti web che l’hanno presumibilmente scaricata dalla stessa fonte legittima ma che oggi potrebbero ricevere altrettanti avvisi di violazione di copyright

Cosa fare con gli sceriffi del copyright

Di casi analoghi a questi ne ho ricevuti diversi, così come ho ricevuto casi di violazioni conclamate, alcune veramente clamorose nella loro palese illegalità che ho consigliato di pagare e anche velocemente. Ribadisco che non si mette in discussione il principio di pagare le fotografie.

Un servizio che fa perno sulla legalità formale e sostanziale, non può poi utilizzare metodi da sceriffo del far west facendo leva sulla quantità di persone raggiunte e sul livello di timore che è riuscito ad infondere, e approfittando di una falla di una sentenza della Corte di Giustizia, per girarsela a loro piacimento e trasformarsi in sceriffi federali con una stella posticcia.

Una persona o una società può benissimo detenere una foto in piena legittimità senza essere in possesso materiale di una licenza. In primis magari perché ce l’aveva ma dopo diversi anni (tutte gli avvisi inviati dalle agenzie si riferiscono a possessi risalenti a diversi anni addietro) non ha ritenuto di conservarla. Magari è stata scaricata da un sito fotografico gratuito ma non ne ha più la prova. Magari il fotografo stesso aveva concesso quella foto ad un ufficio stampa e adesso non se lo ricorda. Magari, come nel caso del Turista.info, la licenza c’era ma adesso non vale più, senza colpa per chi aveva prelevato materiale legittimamente.

O magari, perché no, il fotografo mente. Magari ha sentito l’odore dei soldi e ha mandato in giro foto appositamente per farsele rubare (non ci sarebbe niente di nuovo, come successe nel decennio precedente, negli Stati Uniti, con il fenomeno chiamato dei Troll del Copyright). Magari ha scoperto che con questo sistema non solo può farsi pagare le foto, ma anche fare soldi autorisarcendosi per i mancati ricavi pregressi, in una sorta di crociata vendicativa. In questa situazione ci si può infilare chiunque.

E se da un lato non è giusto rubare le foto, non lo è nemmeno dover ricevere avvisi infondati più e più volte, martellanti per anni, o doversi necessariamente munire di un avvocato, e comunque temere un giorno di ricevere una citazione da un tribunale in Norvegia, solo perché l’avvocato è appassionato di fiordi e paesaggi nordici.

La prassi professionale, prima dell’entrata in campo di queste agenzie di riscossione “forzata” era contattare il sito, avvisare che la foto era sotto diritti, chiedere quale licenza si possedesse e in mancanza, chiedere un compenso (proporzionato al tipo di utilizzo o sfruttamento) o una rimozione. In qualche modo, almeno per quanto riguarda i siti professionali con un nome e cognome, l’accordo si trovava sempre. Perché la trattativa si svolgeva tra persone vere o anche avvocati professionisti ma reali, non trasformatisi in algoritmi che gestiscono centinaia di casi al giorno, perché devono rispettare un traffico di migliaia di contatti, se vogliono ricevere profitti ingenti.

Si può ritenere questo un sistema non accettabile per il fotografo, ma certo l’alternativa non può essere creare un mucchio selvaggio di presunti violatori e sparargli addosso a pallettoni, aspettando poi di vedere, al diradarsi del polverone, quanti cadaveri si sono prodotti. Oltretutto approfittando di leggi e sentenze europee che autorizzano i danneggiati ad adire nei tribunali dei loro paesi, ma per motivi forse più nobili di una scorribanda di sceriffi con una stella autoprodotta e molta spregiudicatezza.

Si, perché comunque sia, come spiegherò in un articolo di prossima pubblicazione, queste richieste sono comunque fondate, vanno prese sempre sul serio e va dato sempre riscontro. Ignorarle è un errore. Per questo chi dovesse avere bisogno di consulenza e tutela legale può andare su questa pagina.