Se la vicenda dell’omicidio di George Floyd, che ha ancora una volta incendiato un America che credeva, almeno dopo il quasi decennio di Obama, di aver seppellito per sempre le tensioni razziali, fosse un romanzo di James Ellroy, lo scenario sarebbe questo: il ragazzone nero, ex campione di football e l’agente di polizia che lo ha soffocato durante un arresto avevano lavorato assieme come addetti alla sicurezza in un locale notturno. E sapete di chi era quel locale? Di un boss della malavita, pappa a ciccia con il sindaco a cui forniva prostitute gentilmente servite in un privè del locale, in cui intervenivano spesso e volentieri i membri dello staff, il capo della polizia e qualche capobanda locale. Todos cabballeros, tra nuvole di cocaina e qualche spray arrizzacazzimosci. Anche George scopava, e taaaaaanto. Se non che ora il prode Floyd, che in questa pozza di malaffare ci sguazzava benissimo, aveva preso a ricattare il sindaco e per farsi assumere in polizia ma questi non solo traccheggiava ma poi gli aveva preferito Derek, più svelto di lui a recapitare droghe e a George questa cosa non l’aveva digerita. Da qui le minacce a cui Derek un giorno decise di porre fine, cogliendo un’occasione al volo.

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E se questa è la sinossi, lo stile narrativo e di scrittura sarebbe tutt’altro che questo. Sincopato, diretto, ansiogeno, breve e secco, densissimo di parolacce, epiteti razzisti, modi di dire di strada e volgari, slang, dialetti, nomi e soprannomi, abbreviazioni, lettere puntate e tutto l’armamentario stilistico che ha reso Ellroy uno scrittore di culto. Non solo per questo, ma anche per questo.

Ogni volta che esce un romanzo di Ellroy è l’occasione per parlare di America e dei grandi temi e problemi americani, come ad esempio il razzismo, che è un problema anche al di qua dell’Oceano, nell’Europa occidentale.

E questo perché da tempo lo scrittore losangelino, cresciuto a El Monte, in un sobborgo della Città degli Angeli, segnato a otto anni dall’omicidio irrisolto della madre e dalla successiva adolescenza assieme ad un padre non memorabile, non scrive semplicemente romanzi noir, neri, dal classico schema delitto-investigazione-travaglio-catarsi-risoluzione. “Questa roba la può fare chiunque, figliolo, ma non è questo quello che cerchiamo”, direbbe Dudley Smith, uno dei suoi personaggi con una particolare inclinazione per la filosofia spicciola. Tutt’altro.

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El monte, sobborgo di Los Angeles attraversato dall’autostrada

Da almeno un trentennio, i suoi lavori sono grandi affreschi storici, nei quali racconta pezzi di storia ufficiale, l’omicidio di John Kennedy, l’internamento dei cittadini giapponesi in America all’inizio della seconda guerra mondiale, la nascita dell’Fbi e l’inizio dello spionaggio politico in funzione anticomunista, temi ai quali affianca, sovrappone, inserisce, quella che lui chiama “l’infrastruttura umana alla base delle vicende storiche“, ovvero quelle storie di uomini e di donne mai toccati, se non marginalmente, dalla storia ufficiale, ma che quella storia l’hanno fatta realmente, con le loro vicende, indagini, ossessioni, avventure, amori, odi, ripicche, vendette, ambizioni, vigliaccherie.

Sono loro, i comprimari, i non protagonisti, gli anonimi della storia ufficiale, i “walk on” del racconto storico, che nei romanzi di Ellroy diventano i protagonisti. Della vita reale. E la vita reale non è rose e fiori, tutt’altro. E’ spesso merda. E sangue. E violenza.

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Da sinistra quattro personaggi ellroyani: Dudley Smith, Bud White, Ed Huxley, Jack Vincennes nel film tratto da L.A. Confidential

Ora che è uscito il suo ultimo romanzo storico “Questa tempesta“, seconda puntata (dopo Perfidia, uscito nel 2014) di una quadrilogia che ha in mente di scrivere, dopo averne scritte altre due, quella di Los Angeles (Dalia Nera, Il Grande Nulla, L.A. Confidential, White Jazz) e quella soprannominata America Underworld (American Tabloid, Sei Pezzi da Mille, Il Sangue è randagio), e ora che la pandemia ci toglierà purtroppo il piacere di starlo a sentire nei suoi tour promozionali che non ci saranno, come di consueto, sarebbe bello chiedergli cosa pensa su George Floyd, la riesplosione delle tensioni razziali. O sul Me too e il politicamente corretto, lui che è il maestro assoluto del contrario, o sulla presidenza di Donald Trump o altro.

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Questo sempre se a Ellroy interessasse parlare dell’attualità, del contemporaneo. Se così fosse, potremo avere dei pareri non allineati ai pensieri mainstream dominanti. Ma Ellroy non parla del presente.

“Io vivo, di proposito, in una bolla. Non leggo i giornali, non ascolto radio, non guardo la tv, non ho cellulari né computer e non vado su internet. Del presente non mi importa niente e non ho niente da dire”. E in un’altra intervista a Medium.com l’anno scorso ha chiarito il perché: “Ascolta, non commento nulla di contemporaneo. Il modo migliore per infilarti in polemiche inutili con un sacco di gente e fare in modo di avere te stesso e i tuoi libri fraintesi, è iniziare a commentare la merda contemporanea. Principalmente politica. Quindi non lo faccio”.

E di conseguenza i giornalisti devono attaccarsi – come ha fatto Riccardo Staglianò sul Venerdì di Repubblica – a qualche frase, a qualche concetto messo qua e là per cercare di posizionare Ellroy nel discorso pubblico. E perciò ecco il titolo: “George Floyd? Io sto con i poliziotti”.

Ma è una forzatura. E’ vero che ama i poliziotti (“Li ammiro come persone, sono la mia razza di gatto preferita”) ma precisa anche che non ha mai desiderato fare il poliziotto.

Se vogliamo giudicare uno scrittore dalla sua letteratura, Ellroy non sta solo con i poliziotti, sta con l’America intera. E dunque se dell’America fanno parte anche i poliziotti, lui sta con loro, ma non solo. Sta anche con i George Floyd, se pensiamo ad esempio a Cronaca Nera, ricostruzione di due casi giudiziari, altra attività letteraria di rilettura di casi veri che Ellroy fa alla maniera sua tra una mastodontica opera storica e l’altra. Nel secondo caso che racconta, un nero è in carcere per omicidio, e lo è perché è il perfetto colpevole che tutti si aspettano: è nero, è povero, è violento. Che altro serve? E’ colpevole.

Ed è pur vero che ha un attaccamento per i poliziotti, per i dipartimenti di polizia, per i distintivi. A dieci anni trova i poliziotti sull’uscio di casa che gli comunicano che sua madre è morta. Il primo libro, che gli regala suo padre a 12 anni, si chiama The Badge, il distintivo, ed è una storia di poliziotti del dipartimento di polizia di Los Angeles. Quando decide di fare una contro-storia della vicenda dell’omicidio di sua madre (I miei luoghi oscuri) assume due poliziotti in pensione che lo aiutano a procurarsi e a leggere tutte le carte dell’indagine, senza però mai venirne a capo.

Nelle sue grandi storie-affresco dell’epoca ci sono sempre poliziotti. Onesti, corrotti, leali, divorati dall’ambizione, buoni ma stupidi, intelligenti ma amorali, violenti ma succubi, insieme a gangster, politici, funzionari, mercenari, ex detenuti, criminali di strada, stupratori, sessomani, psicopatici, serial killer. E’ questa “l’infrastruttura umana” di cui parla nelle interviste, a cui bisogna aggiungere l’unico squarcio di dolcezza e purezza che pure abitano le storie di Ellroy e che sono quasi sempre portate dalle donne.

Kay Lake ex fidanzata di un gangster e femme fatal di Ellroy, Elisabeth Short la sfortunata Dalia Nera, Lynn Bracken la prostituta di buon cuore di L.A. Confidential hanno il compito di portare, nella “infrastruttura umana” quella dolcezza, bontà d’animo e anche pietà necessari a dare un minimo di speranza all’universo nero Ellroyano.

Certamente per Ellroy non è una soluzione il politicamente corretto verso il quale prova una feroce avversione. In un incontro in occasione della presentazione di Perfidia a Milano, lo scrittore Giancarlo De Cataldo osò correggere una dichiarazione finale di Ellroy “il mio libro parla in definitiva della necessità di essere amati da una donna, poiché cos’altro c’è al mondo?”, con “ognuno vuole essere amato da colui che ama, uomo o donna che sia” e ricevendo in cambio un secco: “No, man, i don’t give a shit”, “non me ne frega un cazzo”.

“Il delitto non è un evento isolato. La storia di una vittima si intreccia con altre storie di altre persone, così come quella del suo assassino. Salendo di livello puoi trovarti alle prese con altre connessioni, nell’una e nell’altra direzione, e questo ti porta, ti può portare a modificare il contesto, le motivazioni che hanno portato a quel crimine, addirittura a volte capovolgerle, la vittima diventa carnefice, se non del suo assassino ma di altre vittime”.

Il delitto e il castigo per Ellroy non hanno mai una sola faccia, c’è sempre quello che Leonardo Sciascia definirebbe “Il contesto”, ovvero un particolare atteggiamento della società e delle collettività di chi gestisce il “potere alto” che in quel momento, in quel luogo, generano, facilitano, complicano, prevengono e proseguono un determinato delitto. E le azioni conseguenti degli uomini e delle donne che vi si trovano intorno.

E questo contesto è l’America: “Io amo l’America di oggi, sono molto ottimista, io non dispero del mio paese, non è nel mio stile. Ci sono stati problemi e altri ce ne saranno, ma questo è inevitabile. Nonostante la mia esistenza caotica, sono un uomo di fede: la vita mi ha messo al tappeto più volte, mi sono rialzato grazie al Signore”.

E l’America di oggi è quella che è: un grande paese attraversato da grandi problemi (la sanità privata, il razzismo, la diffusione delle armi, la violenza della polizia e dei ghetti) a cui non sembra si riesca a trovare grandi soluzioni.

E nell’America, una dichiarazione d’amore per Los Angeles: “Qui tutti vengono per essere ciò che non sono. Questa è Hollywood, baby, il paese dei sogni. Ogni ragazzo che serve nei bar, che si prostituisce o si fa, è un potenziale attore. Fu così per mia madre: aveva vinto un concorso di bellezza, sperava in un provino cinematografico, è stata segata. È stato così per me, che ho scoperto la città del noir. Sulla mia pelle. Ho avuto una brutta mano di carte ma succede, non mi pare il caso di farne un dramma”.

O almeno, non solo uno.