Il problema di Vince Gilligan è lo stesso di tutti quelli che hanno fatto cose praticamente perfette: riuscire a ripetersi quando hai fissato l’asticella talmente in alto, che forse nemmeno la vedi più.

Breaking Bad è essenzialmente questo: un capolavoro irripetibile, un diamante pazzo, come quello dei Pink Floyd, dopo il quale niente è più come prima. La serie ha cambiato la storia della serialità televisiva, ha creato personaggi indimenticabili, ha scavato voragini di abissi umani ed elevato alte montagne di psicologie contorte e ribaltate, manipolazioni evidenti e occulte, ambizioni umane e disumane portate alle estreme conseguenze, violenze indicibili e macellerie messicane nel vero senso della parola che hanno lasciato sul campo, e non poteva essere diversamente, mucchi di cadaveri.

 

L’unico che si era salvato, era lui, Jesse Pinkman, che abbiamo visto sfondare il cancello del laboratorio prigione in cui era segregato e orribilmente schiavizzato, condannato a cucinare meth per tutto il resto della sua fottuta vita. E fottuta lo era veramente, non per un modo di dire.

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Ora, Gilligan ha deciso, inaspettatamente, dopo sei anni dalla fine della serie, di dare un seguito e di farci vedere Jesse e il suo “dopo”. Cosa farà, cosa gli succederà, riuscirà a salvarsi, a guarirsi, cosa lo aspetta? Una sfilza di domande che tutti i gli spettatori di BB si sono posti ma a cui – e qui già c’era una sorta di avvertimento per un Gilligan che voleva raccontare il seguito – gli stessi fan avevano già risposto, ognuno a modo suo.

C’era chi lo vedeva in salvo, o almeno salva la sua anima martoriata; chi lo vedeva come un prossimo boss della meth che colma il vuoto come solo lui sa fare, e cioè cucinare; chi lo immaginava – e io tra questi – come padre adottivo di Brock, il bambino a cui la banda di delinquenti che lo teneva prigioniero aveva ucciso la madre e a cui lui, seppur indirettamente e involontariamente, aveva fatto uccidere il fratello maggiore. Tutti avevano una propria teoria, ma tutti anche, erano d’accordo su un punto. Incontrovertibile.

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Jesse si era salvato.
E nel momento in cui annunci un seguito a quella storia, nel momento in cui si dice a tutti noi che “in tutta la storia di Breaking Bad mancava solo che finisse la storia di Jesse, c’era ancora qualcosa da raccontare”, be’ qui torniamo al discorso dell’asticella. E come superarla, o almeno raggiungerla era la domanda.

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Dato che di vendette non ce n’erano, e di conti in sospeso neppure, la scelta è stata di fissare un prezzo per la salvezza di Jesse e farci vedere come è riuscito a pagarlo, ma il risultato finale è in un solo aggettivo: fiacco.

Attenzione, da qui in avanti cominciano gli spoiler

Sono fiacchi i personaggi dei due finti poliziotti. E’ fiacco il confronto messo in scena, addirittura un duello. E sono incredibilmente fiacchi anche i flashback che Gilligan prevede, tutti col compito di aiutare lo spettatore a immaginare un futuro per Jesse quando noi Jesse lo conosciamo benissimo, lo abbiamo immaginato mille volte mentre sceglie di mollare tutto, di uscire dall’organizzazione di White, di uccidere lo stesso Walt padre carnefice, lo abbiamo visto cadere e risorgere, sempre più malconcio e stremato e devastato, al punto che il flashback del colloquio tra Walt e Jesse nella tavola calda dopo l’avventura nel deserto della puntata numero 05×02 “Four days out”, è per gli spettatori della serie niente più che un amarcord che ci consegna appena un sorriso striminzito nel rivedere Mr Heinsenberg che uno snodo o una rivelazione nella storia.

Ma quello che lascia l’amaro in bocca è proprio il finale, che incredibilmente va solo ad accennare quello che invece sarebbe stato l’elemento, il cuore di una vera storia di Jesse, in grado di accedere di luce propria questo seguito voluto da Gilligan: la lettera a Broke.

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La lettera che Jesse consegna a Ed, l’uomo degli aspirapolveri e aspira-vite precedenti, da spedire a Brock, il cui contenuto non sappiamo, è il vero seguito di Breaking Bad che, chissà perché, Gilligan decide di lasciare sullo sfondo e di non seguire, preferendo circoscrivere questo El Camino su una poco interessante e spesso noiosa fuga di Jesse attraverso la sfida a questi due personaggi di finti poliziotti molto poco interessanti, condita di azioni incoerenti e sconcertanti come i 1800 dollari mancanti che Ed assurdamente pretende (qui c’entra Tarantino e certe uscite dei suoi personaggi) e che Jessie va addirittura a chiedere ai due saldatori-criminali come “favore personale”.
Favore personale?

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Si certo Jesse è buono: non è Walt, non è Gus e non è nemmeno Mike che a quei due criminali da operetta li avrebbero trucidati seduta stante. E non è nemmeno Saul Goodman alias Jimmy McGills – che pure sta vivendo una epopea di incredibile spessore e approfondimenti in Better Call Saul – che avrebbe escogitato una truffa spettacolare per fotterli. Jessie non è nessuno di tutti questi ma santiddio, meritava una uscita di scena migliore.

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Ora Gilligan, facci un favore a questo punto. Dacci il vero seguito di Jessie Pinkman. Dicci cosa fa in Alaska e soprattutto con chi. Ora che hai cominciato, finisci anche.